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Questa scienza senza coscienza

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Questa scienza senza coscienza (L’università del disastro, di Paul Virilio)

«Questa scienza circolare è una scienza infelice.»

È partendo da questa citazione di Vladimir Jankélévitch, che la riflessione di Paul Virilio (filosofo della scienza francese, esponente del criticismo ‘postmoderno’) pone sul banco degli imputati questa nostra «scienza senza pazienza», criticandone la potenziale pericolosità, valutandone l’impatto sulla società, in un libro ricchissimo di spunti, ma sicuramente di non facile lettura (molte le critiche, anche all’interno dello stesso campo filosofico, per il suo uso estremo della lingua, ai limiti dell’incomprensibilità, e per le sue apparenti Imposture intellettuali – questo il titolo del libro-risposta, scritto da Bricmont e Sokal). In questo viaggio attraverso i nuovi orizzonti della scienza moderna, veniamo così a conoscenza degli effettivi rischi già corsi (lo sfiorato disastro nucleare di Forsmark, in Svezia, il 25 luglio del 2006) e dei pericoli ancora maggiori che il futuro ci riserva (come le imprevedibili conseguenze degli esperimenti con gli acceleratori di particelle). Ma il discorso di Virilio si spinge ben oltre, fino ad analizzare i pericoli insiti nel nostro stesso modo di vedere la realtà che ci circonda, considerandola come un semplice dato acquisito – perché è proprio dandoli per scontati, che i nostri freni si spezzano, e inizia la nostra corsa incontrollabile verso il futuro. Così, la positività di concetti come ‘velocità’, ‘progresso’, ‘telecomunicazione’, è messa drasticamente in discussione: l’accelerazione che sta investendo il nostro mondo si rivela paradossalmente un circolo chiuso, per cui la massima velocità raggiungibile è un essere in tutti i posti contemporaneamente, senza muovesi (è questa l’«inerzia fotosensibile», per cui l’uomo diviene come pianta, nutrita dalla luce costante del monitor del suo PC); e il nostro sguardo costante verso il futuro ci fa perdere il contatto con l’istante presente e, di conseguenza, con la stessa percezione del nostro corpo e dello spazio che ci circonda (e ancora il monitor testimonia, nella sua riduzione del mondo alla bidimensionalità dello schermo, la nostra recente difficoltà ad ‘avvolgerci’ del reale – come Merlau-Ponty insegna: «Il mondo è intorno a me, non di fronte»); e la nostra sempre più profonda dipendenza dalle telecomunicazioni, ci asservisce ad un «telecomando universale» (che, dandoci un’illusione di libertà individuale, ci rende però «telesoggetti» a una «sincronizzazione delle emozioni»).

E, seguendo questa linea di sviluppo, le teorizzazioni di Virilio raggiungono livelli di complessità estremamente elevati e a tratti quasi inestricabili. Ma quello che ci interessa (a noi persone comuni, e comunque né scienziati, né filosofi) è la radice profonda di tutto questo ragionare: un punto di partenza certamente pessimistico, che rifiuta ogni entusiasmo ingiustificato, ma che proprio in questo modo riesce a recuperare quel principio di umanità che forse ci sta sfuggendo dalle mani. E, con intelligente gioco etimologico, Virilio ci consiglia di affondare le nostre mani in quell’humus da cui proveniamo, il che significa un’umile accettazione della realtà non come dato da manipolare, ma come dono da accogliere. E l’«Università del disastro», come un ospedale del nostro sapere, dovrebbe giungere come un mea culpa della scienza – ma anche di tutta la civiltà contemporanea; un’Università che, invece di pensare solo alla velocità e al progresso, dovrebbe cercare di prevedere le possibili conseguenze che questa corsa senza freni può comportare, sostituendo alla pratica del crash test (che dà per scontato l’incidente, e cerca soltanto di ridurre i danni a posteriori) una vera «accidentologia» (che cerca invece di prevenire ed evitare l’incidente, specie quando l’incidente, prima o poi, porterà a sbattere contro un muro non più soltanto una macchina o un treno, ma il nostro intero pianeta).

 

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 11 Gennaio 2010 17:43 )  

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