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Tarkovskij: Natura e cinema

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Come in una silenziosa inondazione, la 'zona' è invasa da una natura che non assorda, non schiaccia l'uomo, ma lo domina e integra in sé.

Stalker è da molti considerato il capolavoro della filmografia tarkovskiana, un film di non semplice definizione, non una banale storia di fantascienza (c'è chi l'ha definito, con abile ambiguità, un esempio di 'fantacoscienza'), non di certo un'opera che si esaurisce in una sola interpretazione: e il campo delle possibilità si apre immenso di fronte allo spettatore. E, dal canto suo, il regista russo sempre si rifiutò categoricamente di fornire anche i più piccoli indizi: «se, andando al cinema, cercate ogni minuto di decifrare qualcosa, agguantare l'autore per la mano per cercare di capire esattamente quello che sta dicendo, allora non sentirete nulla e non vedrete niente» (A. Tarkovskij, L'Apocalisse, Firenze, EdM, 2005, p. 36). Noi, dal canto nostro, ci limiteremo allora a vedere quello che un uomo del XXI secolo può cogliere in questo capolavoro di immagini: e sarà il bianco e nero sporco, terroso, dei primi minuti ambientati in una periferia industriale opprimente e fangosa, sarà la dolce esplosione del colore (sopra tutto, dominato dal verde) nella parte centrale del film, quando i tre protagonisti, raggiunta la famigerata 'zona' (un luogo tanto misterioso quanto disarmante nella sua semplicità), si immergeranno in una natura rigogliosa ma mai aggressiva; saranno le lunghe carrellate a filo d'acqua, a inquadrare un mondo sommerso (ma di pochi centimetri) dall'elemento più docile e incontenibile.

L'acqua, l'erba e le piante hanno semplicemente inghiottito ogni tentativo dell'uomo di dominarle: e nella 'zona' vedremo allora insediamenti e mezzi militari attorniati e cosparsi dalla vegetazione; pavimenti sbrecciati, spazzatura, monete, cocci e siringhe ricoperti tutti dall'acqua – e quasi nobilitati e riportati a nuova vita da questa acquisizione (a dimostrarlo, i lunghissimi piani-sequenza su particolari infinitesimali, ma solo all'apparenza marginali). La natura, nelle sue più elementari espressioni, ha dominato il suo dominatore: e lo terrorizza. Così la 'zona' sarà rinchiusa da filo spinato, vigilata notte e giorno da guardie armate, e quei pochi che sceglieranno di entrarvi, dovranno eludere la più serrata sorveglianza, rischiare la propria stessa vita. Primo fra tutti lo stalker (colui che 'avanza furtivamente' – nel 1979 il termine non aveva ancora assunto il significato dominante che oggi lo adonta), una sorta di Virgilio postmoderno che guida delle anime spesso riluttanti o incapaci a comprendere il mistero (non il 'significato'! Tarkovskij è stato chiaro al riguardo) che la 'zona' cela in sé. Mistero che è però anche la più immediata delle verità, come lo stesso regista teneva a sottolineare: «Mi hanno sovente domandato che cos'è la Zona, che cosa simboleggia [...]. Io cado in uno stato di rabbia e disperazione quando sento domande del genere [...]: la Zona è la Zona, la Zona è la vita: attraversandola l'uomo o si spezza, o resiste.» (da T. Masoni, P. Vecchi, Andrej Tarkovskij, Milano, Il Castoro, 2005, p. 79). E per questo, il suo attraversamento sarà un viaggio carico di pericoli e trabocchetti, tutti nascosti, mai rivelati nel corso dell'intero film: perché, come l'aria, l'acqua e l'erba, come la natura e come la vita, semplicemente sono. Non serve ricercarli o analizzarli, razionalizzarli o sofisticarli per distillarne un'ipotetica essenza, ma basta semplicemente accettarli per quello che sono, senza aggredire il loro essere, ma lasciando che esso agisca in noi. Così lo stalker, appena giunto nella 'zona', prima di guidare i suoi due compagni in un viaggio che si rivelerà uno scavo nella loro (ma anche nostra) coscienza, sceglierà di isolarsi per pochi minuti, accoccolandosi tra l'erba e il silenzio del vento, come per tornare al grembo materno, come per riassaporare il mistero della vita.

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 12 Gennaio 2010 16:35 )  

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