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Teatro: Gallina vecchia

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Gallina vecchia

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Marina Malfatti e Luciano Virgilio in una foto di scena

Emmevuteatro presenta ‘GALLINA VECCHIA’ di Augusto Novelli. Con Marina Malfatti, Luciano Virgilio, Claudia Coli, Angela Rafanelli, Alessio Sardelli e Simone Faucci. Colonna sonora di Gianni Borgna. Regia Piero Maccarinelli

La ricca Nunziata, vedova di fresco, non ha molta voglia di sposarsi col pressante Bista, maturo garzone nella sua bottega, nonché suo amante da vent’anni. Intanto l’avvenenza di Ugo, il cui fidanzamento con la giovane e umile Gina sta traballando, fa risvegliare antiche voglie alla nostra “gallina vecchia”...
Augusto Novelli scrive nel 1911 questa piacevole commedia in lingua toscana, con l’obiettivo di compiere uno studio di carattere sulla media borghesia fiorentina; in particolare su quella parte bottegaia, arricchita, parecchio ignorante e altrettanto esibizionista.
La protagonista Nunziata incarna tutte le spregevoli caratteristiche proprie di chi crede di poter comprare tutto con i propri soldi, comprese persone e sentimenti; ma risulta tutt’altro che odiosa, grazie alla sua prorompente vitalità, la sua perfida ironia, il suo comico vittimismo e alla sua grottesca ipocrisia. Rappresenta insomma quell’immagine di donna ingorda e senza scrupoli, villana e presuntuosa, che tuttavia risulta tanto più amabile quanto più sono accentuati i suoi difetti. Dice: ”Ho lavorato tutta la vita... E sono anche una signora, io”; talmente signora che sottolinea: “Un fo per dire, ma io potrei andarci con una spider alle Cascine” (in questo caso l'ambientazione è spostata agli anni '50). E senza far caso al pudore, lamenta: “”Se sapesse icché ho sofferto: il patire... il patire...”
E’ un mostro, non c’è dubbio: ma è un mostro talmente familiare, che non lo si può guardare senza divertita compassione. Del resto, quante volte abbiamo sorvolato su un’ingiustizia legittimata da una battuta divertente e cinica?
In questa commedia le intenzioni sono esplicite e i segreti di Pulcinella: non c’è ritegno alcuno, non ci si vergogna della brama di denaro, neppure di sperare nella morte altrui. C’è compiacimento della propria crudeltà. E il denaro conta più di ogni altra cosa. “Solo l’amore, l’amore vero” può prevalergli; ma in realtà, parafrasando il senso reale delle parole di Nunziata, quel ruolo eccezionale spetta solo alla passione, al sesso.
La protagonista sa di fare del male, ma a forza di ostentare le proprie (disoneste) ragioni, finisce per crederci. Quando Bista l’accusa violentemente di ingratitudine, Nunziata, per la prima volta, appare ferita. Ma è solo un attimo e, tra lacrime di autocommiserazione, l’ironia riparte. E ripensando con rammarico al giovane amante mai collaudato, esclama: “Però! L’era bellino lui...”
La compagnia guidata da Piero Maccarinelli centra l’obiettivo facendo attenzione all’elemento fondamentale del testo: la lingua. C’è attenzione agli accenti, alle espressioni, alle tonalità; di conseguenza l’espressività degli attori ne risente in positivo, riuscendo a trasmettere un significato che va al di là del testo stesso. Sì, perché il fiorentino, per quanto scanzonato, è lingua che non si esprime per concetti rettilinei, ma piuttosto col sarcasmo, la metafora, l’antifrasi, il paradosso; e senza una corretta musicalità, senza l’esuberanza e la crudeltà proprie di questo fonema, molte sfaccettature rischierebbero di essere smarrite: il fiorentino è lingua teatrale ancor prima del teatro, in quanto teatrali sono i fiorentini, e soprattutto le donne.
Marina Malfatti e Luciano Virgilio, bravissimi, rappresentano con naturalezza questa teatralità, con l’esuberanza e al tempo stesso l’equilibrio di chi ha colto pienamente lo spirito e la lingua dei personaggi. Anche un intelligente linguaggio del corpo emerge da questa commedia: Nunziata-Malfatti sta a tavola con pacchiana affettazione, non immune da goffe cadute di stile; Angela Rafanelli plasma l’immagine della serva rozza, frignante, diffidente e carica di un ricco caleidoscopio tic nervosi.
Piacevole la scenografia, che ricostruisce un interno borghese, pieno di buone cose di pessimo gusto, con una certa aria di stantio, sottolineata, all’apertura del sipario, da un forte odore di tabacco.
Bisogna inoltre considerare che un’assoluta unità di luogo e una compatta unità di tempo (scandita in tre giornate equilibrate fra loro) contribuiscono a dare alla commedia una forte coesione, utile alla coerenza della progressione comica. Il ritmo è piuttosto sostenuto, benché talvolta gli attori indugino fin troppo nelle pause tra le battute, per rendere quanto più comprensibile l’intreccio (per la verità piuttosto semplice) di una commedia di piccole e grandi crudeltà, piena di spirito, con una punta di amarezza, in cui alla fine vissero tutti abbastanza felici e contenti.

Al Teatro della Pergola fino a domenica 29 aprile 2007

Giulio Gori - DEA

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 26 Aprile 2007 09:37 )  

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