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Teatro: Delitto e castigo

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Delitto e castigo

La compagnia di Glauco Mauri e Roberto Sturno, in collaborazione con il Teatro Chiabrera di Savona, presenta ‘Delitto e castigo’
di Fedor Dostoevskij. Riduzione teatrale e regia: Glauco Mauri. Interpreti: Glauco Mauri, Roberto Sturno, Cristina Arnone, Mino Manni, Simone Pieroni, Odoardo Trasmondi. Scene: Alessandro Camera. Costumi: Simona Morresi. Musiche: Arturo Annecchino.

Raskol’nikov, giovane indigente di San Pietroburgo, uccide una vecchia usuraria e la sorella di lei, che accidentalmente aveva assistito al delitto. Nei giorni successivi ‘Rodja’ cade in preda a una febbre dolorosa. A cosa è dovuta? La sua convinzione nella superiorità di alcuni esseri rispetto ad altri, nell’esistenza di uomini eletti che muovono il mondo e che portano una parola nuova, lo spinge razionalmente a considerare il delitto come un atto necessario alla legittima affermazione personale, alla rimozione di un ostacolo insulso rispetto alla propria grandezza. Del resto se Keplero e Newton fossero stati costretti a uccidere qualcuno, pur di veder affermate le proprie teorie, l’umanità ne avrebbe comunque tratto giovamento. Il superomismo porta Raskol’nikov a credere di essere un nuovo Napoleone, a convincersi dell’assoluta logica e legittimità del gesto.
Ma la volontà e l’intelligenza dell’uomo non coincidono con la natura. Sicché il nostro cade in uno stato di profonda depressione, amplificata dalla paura per i sospetti del giudice istruttore Porfirij Petrovič. Inoltre le pressioni al pentimento da parte dell’amata Sonja, prostituta per necessità, di sincera fede cristiana, incrinano ancor di più le già traballanti certezze di Rodja.
E quando il giovane deciderà di confessare e di consegnarsi alla giustizia, accetterà serenamente la pena, perché si accorgerà di aver già subito il vero castigo: quella spaventosa sofferenza che lo ha, suo malgrado, accompagnato per tutto il periodo successivo al delitto.
Glauco Mauri ci presenta una radicale e intelligentissima riduzione del corposo romanzo di Dostoevskij: l’intreccio è per gran parte abbandonato, molti personaggi inevitabilmente saltano; resta soltanto l’essenziale: ovvero il delitto e il castigo.
Il primo beneficio di questa scelta è una sapiente unità di tempo, che consente coerenza e trasmette tensione. Così riscopriamo che l’angoscia e il rimorso sono la pena peggiore, che il crimine si ritorce contro chi lo compie, al punto che il nostro Napoleone è uomo solo e infelice, fino ad arrivare a sentirsi un “pidocchio”; e addirittura a subire l’onta dell’elemosina. ”Delitto inutile... mi ha separato dall’umanità” dice Raskol’nikov; e aggiunge: “Me stesso ho ucciso”.
Se si eccettua l’indovinato ridimensionamento, rispetto al romanzo, del ruolo della religione e della funzione del pentimento in senso cristiano, a causa delle implicazioni non del tutto moderne, per il resto c’è grande attenzione e fedeltà al significato originario del testo. Qui il pentimento è visto come il laico travaglio di chi deve espiare una colpa legata alla propria volontà, non già a un peccato originale.
Nulla a che vedere tuttavia con l’infelice volo pindarico di Liliana Cavani che, presentando Il portiere di notte (film su un ex deportata in un campo di sterminio nazista, che riconosciuto il suo aguzzino nel portiere di notte del proprio palazzo, decide di sequestrarlo, seviziarlo, prima di innamorarsene e diventarne amante), dichiarò:
"Siamo tutti vittime o assassini e accettiamo questi ruoli volontariamente. Solo Sade e Dostoevskij l'hanno compreso bene". Dichiarazione che suscitò la legittima indignazione di Primo Levi, e non nei confronti dell’autore russo, ma verso chi ne aveva fatto un’ardita e contorta parafrasi.
Questo Delitto e castigo è al contrario attento, preciso, potremmo dire filologico, pur nella drastica riduzione. E forse anche per questo non ci sono concessioni al lirismo, ma solo alla fredda riflessione; forse per questo si coglie un senso di gelo in questa analisi sulle ambizioni dell’uomo e sulla sua inevitabile fragilità. Non è un delirio, ma l’anatomia di un delirio, descritta in un clima plumbeo e soffocante: ”In che sogno maledetto mi sto gettando?” grida Raskol’nikov nel concitato secondo atto.
Questa già di per sé bellissima recita è oltretutto interpretata in modo strepitoso. Glauco Mauri, che impersona il saggio e umano Porfirij (peccato veniale, mal pronunciato), ha classe da vendere e, pur rimanendo sotto le righe, riesce a essere scanzonato e drammatico, al tempo stesso appassionato e lieve, non solo nell’arco di tutta la rappresentazione, ma anche all’interno di una singola battuta. Roberto Sturno-Raskol’nikov, per le esigenze del ruolo, risulta meno poliedrico, ma altrettanto convincente, e cresce per intensità e vigore col procedere del dramma.
Perfetta è anche la scenografia, che rinuncia a un mero fine estetizzante, per contribuire efficacemente a quel clima tetro tipico della prosa di Dostoevskij: oltre a un ottimo sfruttamento della profondità del palcoscenico, emergono elementi geometrici che calano a turno a occupare il palco, e che formano un inquietante labirinto sospeso quando rimangono a pendere dalla graticcia.
Ma il cappio al collo non è inevitabile: si può confessare per evitare la forca, si può espiare, si può rinascere. Se c’è volontà, la speranza è permessa: ”Non mi sono inginocchiato davanti a te, mi sono inginocchiato davanti alla sofferenza umana”.

Al Teatro Manzoni di Pistoia fino a domenica 15 aprile 2007.

Giulio Gori - DEA

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Ultimo aggiornamento ( Domenica 15 Aprile 2007 05:40 )  

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