"Attentato al cuore dell'Europa", è il leitmotiv dei titoli dei principali quotidiani di oggi. L'Europa è vittima di un'altro attentato, dopo il 13 novembre di Parigi e dopo l'attacco alla redazione di Charlie Hebdo nel gennaio 2015.
E' proprio sul concetto di "vittima" che bisognerebbe discutere.
Se l'Unione Europea fosse stata una vittima avrebbe subito un raggiro, avrebbe pagato delle conseguenze non previste e, in quanto non previste, immeritate. Ma forse è prevedibile che in una guerra a un'azione corrisponda una reazione, violenta quanto e, possibilmente, più della prima. E' ancora più prevedibile che flirtare e collaborare con i finanziatori e gli armatori dei propri nemici provoca ancora più danni. Tralasciando, poi, il circolo virtuoso di incentivo alla produzione che l'economia di guerra riesce a creare, soprattutto in un contesto di crisi economica.
Il recente accordo Bruxelles-Ankara sulla questione dei migranti esplica bene la posizione ambigua delle istituzioni europee.
Ebbene, che Erdogan stia aspirando al ruolo di guida regionale del Medio Oriente sembra chiaro. Altrettanto chiaro sembra che l'ISIS sia l'ultimo dei problemi e, semmai, una delle fortune dell'autocrate turco. I combattenti del califfo al-Baghdadi hanno, infatti, aperto ampi spazi per la ridiscussione dell'egemonia nell'area. Con ciò, in parte, si spiega l'afflusso di armi e petrodollarii al califfato , firmato Ankara e Riyad.
Questo non significa che la strategia di Erdogan non abbia dei costi per la Turchia. Il settore agricolo e quello turistico, due colonne fondamentali dell'economia turca, stanno subendo delle gravi perdite a causa dello scontro con la Russia. Di qui il forte calo delle esportazioni verso Mosca, con un volume di affari che nel 2013 ammontava a 7 miliardi di euro e che nei due anni successivi si è ridotto a 4 miliardi e che cntinuerà a ridursi. Anche nel settore del turismo le sanzioni russe hanno colpito duro, con una diminuzione dei turisti russi da 5 a 3,5 milioni nel 2015. E le previsioni per l'anno successivo parlano di una perdita per l'economia turca di 8 miliardi di euro sempre a causa delle sanzioni economiche.
In questo contesto, l'afflusso di 6 miliardi di euro nelle casse di Ankara in cambio del rimpatrio di migliaia di migranti per alleggerire la pressione alle porte dell'Unione Europea, va ad ammortizzare i costi della spregiudicatezza turca. Non solo, dimostra che Erdogan potrà ricattare Bruxelles ogni qual volta necessiterà di un aumento, magari finalizzato a implementare i bombardamenti contro i curdi, unici veri combattenti contro il califfato. Oltretutto questo non significa che la turchia dovrà necessariamente sopportare il costo dei profughi, visto che non avrà problemi ad aumentare il traffico illegale di clandestini ogni qual volta risulti utile e necessario.
E' quantomeno strano che l'Unione Europea all'indomani di un accordo di questo tipo si ritenga "vittima" di un'attacco. Vittime sono gli innocenti che muoiono quotidianamente nei teatri di guerra. Teatri di guerra quali sono la Siria,il Kurdistan, la Libia, la Turchia, la Francia, il Belgio e tutti i paesi i cui governi non esitano a far pagare le proprie politiche innalzando la coesione nazionale e sovra-nazionale a vessillo dei propri interessi.
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