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Progetto mondo nuovo

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Perché il terremoto (e le altre calamità) non devono farci più paura: ecologia e sicurezza nella prospettiva Bioregionalistica

Ognuno di noi può fare la differenza per il mondo”, dichiara Giuseppe Moretti, scrittore ed esponente del Bioregionalismo italiano, dedito ai ritmi della natura, si proclama di diritto contadino, prima che autore ed editore.

Nella sua incessante opera a sostegno dell'ecologia profonda, d'integrazione tra popoli ed ambiente naturale, è un entusiasta paziente, tanto da offrirmi quel conforto che cercavo, dopo il terremoto che quest'anno ha sconvolto la mia regione.

E' la seconda volta che mi trovo a fronteggiare gli effetti di un sisma (la prima fu nel 1997) e chi l'abbia provato, conosce l'incertezza per il domani ed il senso di vacuità che pervade, quando la vita dei tuoi cari e la tua casa appaiono minacciati da forze incontrollabili.

Tra le tante prospettive, quella del Bioregionalismo appare una tra le più complete per recuperare una serena visione d'insieme, che sia olistica e salvifica.

“Per promuovere un'integrazione tra persone e luogo abitato, occorre conoscere dapprima le caratteristiche di un territorio”, ribadisce Moretti.

E' indubbio che le conseguenze di una tale calamità, e prima ancora le inondazioni che hanno flagellato l'Italia, abbiano offerto un motivo in più per riflettere: da un lato si è reso evidente lo squilibrio di un sistema costruttivo inadeguato al territorio, dall'altro l'assenza di una correlazione uomo/ambiente, come effetto aberrato della modernizzazione.

La gravità delle conseguenze che abbiamo patito, ci affranca velocemente dalle polemiche fruste nei confronti dell'ecologia profonda: non più l'utopia di fanatici con manie di salvare il mondo con prospettive inattuabili; di certo anche il filosofo Shaftesbury, che nel settecento tonava contro le passioni eroiche, farebbe dell'ironia su chi adesso non volesse cambiare rotta.

Ma per farlo dobbiamo attingere a valori profondi, come il senso di appartenenza al territorio che abitiamo, che a sua volta fa parte del Mondo ed interagisce con esso e con ognuno di noi, continuamente.

Un argomento “a priori”, indispensabile, perché ogni altro possa dispiegarsi.

Come abbiamo visto per il recente terremoto di Umbria e Marche e nella scorsa estate con quello di Amatrice: un'unica faglia errante attraverso l'Italia, che tanti danni ha fatto e che continua a preoccupare.

Ed il fatalismo ha fatto il suo tempo: la consapevolezza di questo problema, è emersa ancor più dalla risonanza mediatica, che ha reso tutti testimoni.

E se qualcuno sostiene ancora che il web ci renda stupidi ed omologati, talaltre ci fa liberi e mostra il rovescio della medaglia: nel caso dell'ambiente, ci si rende conto che la responsabilità civica è rilevante, ma che bisogna sapersi porre dall'una e dall'altra parte.

Mai, come in questi giorni, il canto libero di quegli ecologisti tacitati un tempo, appare limpido e veritiero: idealisti, ma anche attivisti, scrittori e saggisti, poeti, come il contemporaneo Gary Snyder, o Peter Berg, il più insigne promotore del Bioregionalismo, di cui Giuseppe Moretti è stato amico e collaboratore, e del quale ha recentemente pubblicato una raccolta di brani scelti dal titolo: “Alza la posta!”.

Ispiratori, nel senso pieno della parola, gente capace di lasciare un segno e di mostrare possibilità che, sino ad allora, si erano ritenute impensate.

Tale fu Peter Berg, il compianto ecologista americano, scomparso nel 2011: aveva subito inteso come il discorso dovesse abbracciare la terra e gli uomini, l'una e gli altri, e mettere pace tra la natura ed i suoi abitanti. Ma quante volte avremmo sentito ripetere che “nemmeno essere grandi anticipatori da' la certezza di venire apprezzati quanto si merita”?

Oggi però, grazie a Moretti, possiamo leggere diversi articoli, inediti in Ialia, che delineano il pensiero di Berg in modo efficace.

Pur non parlando dei cataclisismi in particolare, dal discorso di Berg discende che i danni derivanti da calamità d'ogni tipo, possono essere prevenuti attraverso una strategia attuativa, appresa dalla natura stessa.

Una visione che induce a sperare e a non cedere alla paura, all'inanità, agli interessi di parte o, addirittura, all'ultima ratio di considerare la terra “matrigna”.

D'ora in avanti “imprevedibile”, deve far rima con “responsabile” e questo si può fare solo accettando un nuovo modo di pensare.

I piani per mettere in sicurezza il territorio non bastano, bisogna cambiare mentalità”, asserisce infatti Giuseppe Moretti, che partecipa a questa riflessione, e ci spiega perché “anche le piccole utopie quotidiane possono confluire in un grande progetto”:

J.G.: “Moretti, puoi illustrarci come la prospettiva bioregionalista può aiutare a fronteggiare le conseguenze dei sismi o di altre calamità?”

Giuseppe Moretti: “Bisogna premettere che la visione bioregionalista, per prima cosa, non si propone di fronteggiare le catastrofi, o meglio, non offre solo rimedi, ma va alla radice del problema e propone un nuovo/antico modo di essere, proprio laddove viviamo ed operiamo. Ciò che arreca svantaggio e dolore, deve essere prevenuto; analogamente ad una cura per la salute del corpo e dello spirito, che si propone dapprima di non fare ammalare, allo stesso modo il Bioregionalismo considera il territorio un organismo vivo e si occupa di prevenire sia i danni verso di esso, che quelli di questo verso i suoi abitanti, ma non solo, lo considera tutt'uno con la gente che lo abita; salvaguardare il primo (e sopratutto comprenderlo nella sua morfologia, climatologia, zoologia, dendrologia, mineralogia, idrologia), significa salvaguardarne gli abitanti.

Nell'identificazione delle caratteristiche proprie delle Bioregioni, c'é la saggezza di chi riconosce ad esse il diritto di mantenere le caratteristiche che le hanno rese tali, adeguando le necessità della popolazione alle risorse disponibili, senza abusarne”.

J.G. : “Dunque ritieni che i danni dei terremoti in Italia possano essere prevenuti ?”

Giuseppe Moretti: “Che dirti, io di terremoti non sono un esperto, anche se quello del 2012 in Emilia l’abbiamo sentito molto bene anche qui. C’è comunque un fatto che, forse, può risultare emblematico riguardo il tuo interrogativo. Nel 1974, da poco sposato, ebbi la necessità di costruirmi una casetta indipendente da quella dei miei genitori. Allora ero già da tempo nell'ottica del “vivere nella natura e della natura” e, nel caso dell’abitazione che stavo per costruirmi, di affidarmi il più possibile alle “forme della natura”.

Le case coloniche in mattoni, squadrate, tipiche di queste parti mi sembravano estranee al contesto di una vita il più possibile a contatto con gli elementi; così mi venne l’idea di andare in Trentino a vedere certe casette prefabbricate in tronchi, tipiche di quelle zone. Spesi dieci milioni di lire e nel giro di un mese la casetta(70 mq) era costruita. Da allora ci vivo e non mi sono mai pentito di quella mia scelta. Sta di fatto che in occasione di eventi sismici, la mia casa in tronchi incrociati(tipo Log cabin, per intenderci), non ha fatto una piega (la casa dei miei genitori, invece, ha riportato alcune crepe, non strutturali però, mentre in paese sono stati gravemente danneggiati la chiesa e l’antico palazzo dei Gonzaga, nelle campagne interne molti fienili sono crollati e tante sono state le case lesionate). Anni prima, durante l’alluvione del 2000 (vivo in una golena del Po), altrettanto: ma io non ho avuto problemi di sorta”.

J. G. : “Allora il suggerimento, sulla base della tua esperienza, è di ricostruire con nuovi criteri, più semplici ed adeguati? E cosa pensi dell'impatto sul territorio? Dove ad esempio si costruiscono case in pietra da secoli e secoli o nel caso dei beni artistici da custodire?”

Giuseppe Moretti: “In occasione di quest’ultimo terremoto del centro Italia, che ha visto intere case sbriciolarsi, mi sono chiesto anch’io come mai, conoscendo da sempre il rischio della zona, non si sia considerato di costruire in maniera da prevenire tali disastri. E qui non si tratta solo di ridefinire il territorio in comparti omogenei, le Bioregioni, ma di coniugare il tipo di “vitalità” del territorio (in questo caso “sismica”), con una prospettiva sicura di vita, questo aiuterà anche ad evitare lo spopolamento di questi luoghi, cosa che accadrà se non si provvederà per tempo!

Riguardo i beni artistici consistenti in strutture in pietra o cemento, la sola via è una messa in sicurezza che ne possa garantire la stabilità e sopratutto la sicurezza di chi li visita.

 D'altra parte, credo che un modo di pensare innovativo consisterebbe nel rapportarsi in termini di ere e non di secoli. Costruire secondo natura, significa ragionare in termini di relazioni e non meramente antropocentrici: non saranno i nostri monumenti di cemento armato a lasciare prova della nostra civiltà, ma la nostra cura nel preservare la Terra, che è la casa di tutti (e “tutti”, in senso bioregionale, significa non solo noi umani, ma anche tutti gli altri innumerevoli esseri ed elementi che di essa sono vita ed espressione).

La mia casa in tronchi, visto che ne abbiamo parlato, ha millenni di storia: possiedo un libretto sulle Terramare, 1000/3000 a.C. circa, una tra le più antiche civiltà padane, ubicata nel reggiano/modenese, e quindi non lontano da dove abito. Ebbene, dagli scavi sono emerse antiche abitazioni costruite con lo stesso sistema della mia casa: tronchi intrecciati uno sull’altro. La mia conclusione è che, nonostante si esalti tanto il sapere e la conoscenza tradizionale, la verità è che purtroppo si è disimparato (da troppo tempo ormai) a seguire le indicazioni della natura, nel vivere, nel costruire, nel coltivare, nell’economizzare (cose che invece sono la ‘bibbia’ in campo bioregionale).

Dal tempo del Pantheon di Atene, dalle Piramidi d'Egitto, del Colosseo di Roma, l'uomo ha costruito per lasciare memoria di sé, ma questa memoria, in rapporto alla terra che abitiamo, è comunque limitata. Mettere in sicurezza i beni artistici è giusto, sperare che divengano davvero eterni, a volte sa molto di presunzione.

Chiaramente, la questione oggi è molto complessa e la soluzione di certo non è solo costruire con il legno...”

Mentre ringrazio Giuseppe Moretti, mi auguro che questa riflessione apporti un po' di serenità e che si possa scrivere presto una nuova pagina della nostra storia: ”Il giorno in cui il terremoto non fece più paura”.

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