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Sono solo canzonette?

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L’autunno caldo del Festival di Sanremo

Martedì 5 febbraio avrà inizio l’edizione numero 69 di quello che Renzo Arbore, uno che di queste cose ne capisce, ha definito “il Natale televisivo degli italiani”.

Ripercorriamo in breve la storia di una manifestazione canora nata ancor prima che a Cleveland negli USA scoprissero il rock e che, venuti meno 90° minuto, Rischiatutto e Canzonissima, rappresenta l’ultimo fiore all’occhiello “nazional popolare” della RAI.

Premesso che i veri grandi della musica italiana si sono sempre tenuti alla larga dal carrozzone dei fiori, De André, De Gregori, Guccini, Venditti, Bennato, la PFM o Baglioni stesso, tanto per dire i primi nomi che mi vengono in mente, oppure ci sono passati una volta all’inizio per poi proseguire diversi percorsi, e penso non solo a Lucio Dalla, ma anche a Mina, Zucchero, Vasco Rossi, Jovanotti, Ivano Fossati, Lucio Battisti, o infine ci sono andati a raccoglier gloria tardiva, come Renato Zero, Roberto Vecchioni, Riccardo Cocciante, Massimo Ranieri, Gianni Morandi o i Pooh, è anche vero che in quasi 70 anni di passerelle sul Casinò prima e sull’Ariston poi, qualcosa di buono si è visto e soprattutto ascoltato.

Nell’edizione 1958 Domenico Modugno rivoluziona gli allora vigenti schemi canori con quella Nel blu dipinto di blu che all’estero tutti chiamano Volare facendola diventare la canzone italiana più tradotta ed eseguita nel mondo, nel 1961 Adriano Celentano con 24 mila baci e Mina con Le mille bolle blu svecchiano di colpo il Festival portando il nuovo sound dei magici ’60 e nel 1964, sfacciatamente copiando Presley, Bobby Solo esibisce addirittura un trucco poco maschile per quella Lacrima sul viso che gli avrebbe “fatto capire tante cose”, anche se non ci ha mai detto quali.

Il successivo vento del ‘68 incide anche sul festival che premia un pezzo bellissimo come Canzone per te scritto dal brasiliano Roberto Carlos per la voce triste di Sergio Endrigo e vede esibirsi in gara calibri stranieri come Dionne Warwick in La voce del silenzio e persino Louis Amstrong in coppia con Lara St. Paul, inopinatamente interrotto durante un memorabile assolo di tromba da quel Pippo Baudo che anni dopo farà la stessa cosa con l’ospite Madonna, scatenando le ire dei tanti fan della signora Ciccone. L’anno dopo, un po’ prima dell’autunno caldo, non solo Lucio Battisti si esibisce in Un’avventura in coppia con Wilson Pickett, ma troviamo in gara addirittura un giovane Stevie Wonder in coppia con Gabriella Ferri per Sei tu ragazzo mio, anche se a vincere sarà Zingara di Iva Zanicchi.

Nei primi anni ’70 si assiste al debutto di Dalla, Nada, Patty Pravo, Marcella e persino di un irriconoscibile Ivano Fossati con i Delirium, ma in breve l’onda della contestazione travolgerà questo rito così piccolo-borghese, e Sanremo quasi sparisce in attesa del riflusso, anche se farà in tempo, nel 1978, a sfoggiare, nell’edizione presentata da un giovane Beppe Grillo (quando ancora Di Maio non era nato), un talento purissimo come Rino Gaetano con Gianna e una sedicenne Anna Oxa versione Punk, ovviamente solo nel look.

Il decennio degli Ottanta sarà quello del “disimpegno” e della rivincita della casalinga di Voghera e così Sanremo potrà tornare sugli scudi, anche se gli unici veri acuti arrivano dalle sorelle Bertè e Martini, dal debutto di Fiorella Mannoia in coppia con il grande Pierangelo Bertoli (quello che scoprirà Ligabue, se qualcuno non lo sapesse) e di Eros Ramazzotti, dalla meritata vittoria di Ranieri con Perdere l’amore, nonostante Edoardo De Crescenzo camperà per anni su quella sua Ancora, e dalla magica sequenza Vado al massimo e Vita spericolata di Vasco Rossi e Donne di Zucchero. Arriveranno ultime ma sono quelle le canzoni che ancora oggi ascoltiamo e non certo quelle di Tiziana Rivale o Toto Cotugno.

I Novanta mostrano una timida ripresa e la bellissima Mistero, con cui Enrico Ruggeri vince l’edizione del 1993, ci ripaga per quell’insopportabile Si può dare di più di sei anni prima, e, ricordati i debutti delle future star Pausini e Giorgia, va citata la stupenda E Dimmi che non vuoi morire presentata da Patty Pravo nell’edizione del 1997 che passerà alla storia trash per la vittoria dei Jalisse.

Sarà la prima edizione del nuovo millennio condotta da Fazio al suo bis, quella che per mio conto rimane, musicalmente parlando, la migliore di tutte, e non solo per l’inaspettata vittoria degli Avion Travel, ma per una serie di esibizioni molto indovinate, dal quartetto femminile Irene Grandi, Mietta, Geraldina Trovato e Carmen Consoli a Samuele Bersani, Max Gazzè, Subsonica fino ai Tiromancino, non ancora resi famosi dalle Fate ignoranti di Ozpeteck.

Il successivo decennio registra un evidente calo di qualità che incide anche sugli ascolti, gli stessi Matia Bazar, che nel 1983 furono poco votati per la bellissima Vacanze romane, verranno premiati per canzoni assai meno ispirate, e vedrà una inusuale alternanza di conduttori alla ricerca della formula vincente, e si arriva così alle ultime edizioni del terzo millennio, dove l’unica realtà degna di nota è apparsa quella di Marco Mengoni, ennesimo prodotto di talent, con punte bassissime tipo le vittorie di Povia, Scanu, Carta e de Il Volo, e anche, con il massimo rispetto per la loro precedente storia artistica, di Vecchioni e Stadio, visti i pezzi con cui hanno vinto, e che mi hanno ricordato quel mediocre Venere in visone, per il quale venne dato alla Taylor più un Oscar alla carriera che un premio al film.

E questo vale anche per la Mannoia sconfitta nell’edizione 2017 dall’azzeccata filastrocca di Gabbani che in realtà non ha fatto altro che riprodurre l’exploit di Salirò di Daniele Silvestri all’edizione 2002.

L’ultima edizione fu vinta dalla coppia Meta & Moro, ma nessuno se la ricorda più perché martedì si ricomincia e fino a domenica sarà proibito parlare di altro.

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L'articolo è stato pubblicato su:

http://fattoadarte.corriere.it/2019/01/31/sanremo-sono-solo-canzonette/

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 31 Gennaio 2019 17:38 )  

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