Luca Cipolla
"71"
L’idea più fertile di “71” sta forse nella sua rinuncia alla mera perfezione estetica. Luca Cipolla non cerca una lingua uniforme né una costruzione poetica che cancelli le proprie fratture, non dribla le venature del linguaggio come anche le fragilità del sentire: preferisce lasciare visibili gli sbalzi, i cambi di registro, persino certe asperità alcuen delle quali forse rendono poco familiare e "vicino" il libro. È una raccolta che somiglia molto più ad una persona che alla sua stessa fotografia. Nelle poesie convivono la dimensione spirituale e quella quotidiana, l’evocazione lontana e la concretezza della famiglia, la figura del viaggiatore e quella del padre. Anche la natura ritorna continuamente, ma raramente in funzione ornamentale: ortiche, ibischi, gelsomini, camomilla, asfodeli e papaveri diventano quasi un alfabeto alternativo con cui nominare perdita, rinascita, appartenenza. È un universo vegetale che cresce sulle macerie della memoria. Esiste poi il dialogo che trovo diretto, sotterraneo anche, vengono a galla figure che trascendono il reale come quelle di Antonia Pozzi, Emily Dickinson, Mihai Eminescu, fino alle presenze storiche e spirituali disseminate ovunque che quasi diviene un gioco afferrarle tutte. Il rischio, in alcuni punti, è quello di sovraccaricare il verso di simboli e riferimenti; quando invece Cipolla alleggerisce la voce, la poesia acquista maggiore precisione emotiva. Ribellione e pacificazione. Lontananza e poi invece c'è una casa. Io penso che questo libro incarni tra le sue pagine il verso significato di raccolta e il senso primo di ;evoluzione.
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