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stArt: un disco rock come non ne sentivamo da tempo

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stArt
“Frequencies from nowhere”

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Guarda il VIDEO ufficiale

Si torna al rock che ha segnato pagine epiche anche dentro i circuiti main stream internazionali. Si torna agli Europe, ai Nickelback e a tutti quei modi assai roots di pelle e borchie e capelli lunghi da muovere sulle distorsioni mai arroganti ed eccessive: piuttosto è il cuore a comandarne le soluzioni estetiche. Sono i veronesi stArt che fanno il loro esordio con un disco dai cliché ampiamente conosciuti e battuti dalla storia ma non per questo pagando vizi e assenze di personalità: “Frequencies from nowhere” sembra scorrere come un diario d'amore che scriviamo di notte, confessandoci quelle verità che non arrivano alla luce. È la scusa buona per far suonoare rock il cuore che batte di dentro...

Un primo disco che nasce da…? Dopo tanti anni e gavette personali, quale urgenza fa nascere questo suono rock di “altri tempi”?
Questo disco nasce da un’amicizia che ha resistito al tempo, e da un’urgenza vera, quella di tornare a sentire qualcosa di autentico. Io e Riccardo ci conosciamo da trent’anni, ma non avevamo mai condiviso un progetto. Poi la vita, che a volte ti butta giù e altre ti rimette in pista, ci ha fatti ritrovare nel momento giusto. E lì è scattato tutto. Non ci siamo detti “facciamo un disco”: abbiamo iniziato a suonare, a buttar fuori. E quel “fuori” è diventato il nostro primo album. È un disco che parla di rinascita, di amicizia, ma anche di quella fame che non ti passa, anche dopo anni. Quella voglia di risentire il sudore negli amplificatori, la pelle che vibra quando parte un riff. ;Il suono “di altri tempi” viene da lì, da un modo di intendere la musica senza filtri, senza autotune, senza paura di sembrare fuori moda. Perché il rock non ha tempo: o ti brucia dentro, o non ti appartiene!

I testi in italiano sembrano un manifesto di coraggio e di identità. Era facile guardare all’inglese, sarebbe anzi stato scontato… vero?
Sì e no. In realtà non abbiamo scelto tra italiano e inglese. Li abbiamo messi insieme. I ritornelli sono quasi tutti in inglese, ma non per “internazionalizzarci” o sembrare cool. È stata una questione di suono. L’italiano ti permette di dire le cose in modo diretto, e più comprensibile. L’inglese, invece, ti dà la musicalità, quella scorrevolezza che nel rock è vitale. E così è venuto naturale fondere le due lingue. I versi in italiano per raccontare, i ritornelli in inglese per liberare l’impatto. Volevamo che le canzoni suonassero vere, ma anche aperte, come se potessero parlare a chiunque, ovunque. E poi il rock è contaminazione per definizione. Se ti chiudi nella lingua, nel genere o nella forma, ti stai già costruendo la gabbia da solo. Noi volevamo l’opposto: spaccare la gabbia!

Anche nelle foto tantissima allegoria ad una certa psichedelia rock anni ’90… un tempo a voi caro? Che rapporto c’è con quel certo modo di pensar dal rock?
Quel periodo è la nostra casa. Siamo cresciuti in piena ondata ’90s, quando band come Soundgarden, Smashing Pumpkins, Radiohead e gli ultimi Floyd ti aprivano la testa. Non era solo un suono, era un modo di pensare. C’era spazio per il disagio, per la rabbia, per la malinconia. Ma anche per la ricerca, per i viaggi interiori, per la libertà di non essere capiti da tutti. La psichedelia per noi è questo, non fermarsi alla superficie. Quando lavoriamo a un brano cerchiamo di creare un mondo, non solo una melodia da canticchiare. Vogliamo che chi ascolta entri in un’atmosfera, che si perda per qualche minuto e magari si ritrovi diverso da prima. E sì, anche visivamente ci piace evocare quel tipo di viaggio mentale. Luci, colori, distorsioni… fanno parte dello stesso linguaggio. Il rock anni ’90 ci ha insegnato che puoi essere sporco, intenso, scomodo, e allo stesso tempo profondo. E noi lì dentro crediamo di starci alla grande.

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Ricercate anche dei modi di vivere che siano in linea con questo suono e con il concetto di questo disco? Come a dire: rock si è prima di suonarlo…
Assolutamente. Il rock è un modo di guardare il mondo di traverso. Non nel senso di fare i ribelli a tutti i costi, ma di vivere con coerenza, anche quando costa. Sai, a 50 anni vedi anche le cose in modo diverso e forse più saggio. Per noi il rock è dire le cose come stanno, non scappare dai problemi, non mettere maschere per piacere. È sbagliare, cadere, rialzarsi e avere ancora voglia di gridare qualcosa di vero. Questo disco è nato proprio da lì. Prima di suonarlo, l’abbiamo vissuto, con le nostre giornate incasinate, le notti a scrivere, le discussioni e la stanchezza che poi diventa energia. Il rock non è una posa, è una cicatrice portata con orgoglio. E se nel disco si sente quella botta, è perché c’è. Nulla è costruito a tavolino.

Nel video, immancabile la dimensione live. Ho come l’impressione che questo sia tra quei dischi che dal vivo parlano una verità che su disco non riusciranno mai ad avere fino in fondo… vero?
Totalmente vero. In studio puoi limare, aggiustare, mettere a posto i suoni. Ma il rock vero vive solo sul palco. Quando suoni davanti alla gente, tutto cambia. L’energia diventa fisica, le canzoni si trasformano. Non suonano mai due volte uguali e va bene così. Dal vivo le sbavature diventano adrenalina, i silenzi diventano attese, gli errori diventano sfide. È lì che il disco prende vita: nel sound, nel sudore, nel contatto col pubblico! Abbiamo voluto ricreare un ambiente live nel video di everything, proprio per questo. Per far capire che noi veniamo da lì. Non da una stanza piena di plugin, ma da una sala prove vera, con il volume a palla e i vicini che imprecano! Quindi sì: il disco è solo l’inizio. Il resto succede nei live!

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 08 Ottobre 2025 15:59 )  

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