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Un'altra penna spezzata

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Messico: un’altra vita sacrificata, un altro attacco alla libera informazione, l’ennesimo.

Regina Martinez, corrispondente di “Proceso”, il più datato e rispettato tra le riviste politiche del Messico, è stata trovata morta la notte del 28 Aprile 2012 nel bagno della sua casa a Xalapa, capitale dello stato di Veracruz a 300 km da Città Del Messico con contusioni su tutto il corpo, il viso tumefatto e segni di strangolamento. Secondo quanto riferito dal generale Amadeo Flores Espinoza, dall’appartamento della vittima sono stati derubati alcuni oggetti personali; nel Novembre 2012 il generale ha annunciato che uno tra gli indiziati ha confessato dichiarando che la causa dell’assassinio è stata il furto, successivamente però l’indagato ha affermato di esser stato torturato e minacciato per fare una falsa confessione.

La giornalista era tra le più apprezzate per il giornalismo d’inchiesta e si occupava di temi legati alla corruzione e al narcotraffico: l’ultimo articolo pubblicato prima della morte riguardava l’arresto di alcuni poliziotti legati al commercio di stupefacenti. Durante tutta la sua carriera ha regolarmente pubblicato articoli riguardo la corruzione e lo sviluppo della guerra del narcotraffico messicano nella quale molti giornalisti sono stati uccisi. In Messico i cronisti sono vittime dei cartelli che gestiscono questo business: il maggior numero di aggressioni è dovuto allo scontro per il controllo del traffico di droga tra i due più potenti cartelli, gli Zetas e il cartello del Golfo. Una decina di giornalisti sono stati costretti a cambiare casa, lavoro, Stato.

Regina era protagonista di un giornalismo critico e autonomo, esempio per quasi 30 anni di autonomia di pensiero e resistenza alla corruzione. Mentre il Congresso di Veracruz stava rendendo omaggio alla giornalista con un minuto di silenzio, il 4 maggio 2012 nella Giornata mondiale per la libertà di stampa, sono stati ritrovati nel canale della Zamorana nel nord del porto di Veracruz quattro cadaveri torturati e chiusi dentro dei sacchi di plastica: un reporter, un cronista e due giornalisti. Strage di cronisti che cercano di fare il loro mestiere in un paese che non dà spazio al libero pensiero. Per resistere e contribuire a tutelare la “verità” i giornalisti si sono organizzati sotto la sigla “periodismoenlared”, un appoggio ai professionisti della comunicazione .

”Questa nuova ondata di omicidi di giornalisti dev’essere un campanello d’allarme per le autorità messicane, che devono fare di più per proteggere chi rischia la vita nello svolgimento della propria attività giornalistica”, afferma Rupert Knox, ricercatore di Amnesty International sul Messico. Rendere meno facile la vita della criminalità è l'onere di cui le autorità devono farsi carico.

Sofia Schiavone

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 09 Aprile 2013 16:07 )  

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