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Parliamo di crisi economica e delle sue conseguenze

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graficopilreale-593-603Parliamo di crisi economica in Europa e in Italia e delle sue conseguenze. Mentre il nostro paese manifesta per il terzo anno consecutivo un'inflazione quasi negativa (0,1% nel 2015, contro lo 0,2% del 2014), l'Epo (European patent office) ha presentato il 3 marzo il rapporto sui brevetti depositati presso il suo istituto. Si certifica la crescita del 6,1% dei brevetti tra il 2014 e il 2015, ma quelli depositati nel nostro paese sono solo il 2% del totale, a fronte del 18% del Giappone, dell'11% di Cina e Germania e del 24% degli USA.

Il dato, che non rappresenta di per sé un indicatore esaustivo, fotografa comunque la scarsa propensione delle imprese italiane ad investire in ricerca e innovazione, a fronte della tendenza evergreen a racimolare profitti riducendo i costi, soprattutto il costo del lavoro. In parte è una conseguenza del famigerato "nanismo industriale" che, nonostante la forte incidenza della crisi sulle piccole e medie imprese italiane, continua a caratterizzare il nostro sistema produttivo rispetto agli altri paesi a capitalismo maturo.

Non che il resto d'Europa se la passi meglio: l'inflazione è allo 0,4%, ben al di sotto dell'obiettivo del 2% fissato dalla BCE e con un andamento negativo. Ma se l'intera eurozona è in deflazione (calo tendenziale dei prezzi che frena consumi e investimenti), l'Italia è il paese del G7 che registra il risultati peggiori nella lunga crisi del capitalismo mondiale prolungata ormai dal 2007. Secondo dati Ocse, infatti, in questo lasso di tempo in nostro paese è l'unico ad aver bruciato circa 10 punti percentuali di PIL in termini reali (al netto dell'inflazione). Una impressionate distruzione di capitale (cioè fallimenti, licenziamenti, disoccupazione etc...) che, tuttavia, non è bastata ad innescare una ripresa.

Il dato, quindi, evidenzia l'aumento degli squilibri tra Nord e Sud Europa, con un trasferimento di ricchezza dalla periferia al centro economico della UE. In altre parole, le ricette di Austerity – pareggio di bilancio, taglio della spesa sociale e del welfare, privatizzazioni, demolizione dei diritti dei lavoratori, compressione dei salari – non hanno affatto riattivato la crescita, ma soltanto aggravato la situazione. Gli unici a crescere fuori dall'eurozona sono Canada, Giappone, Gran Bretagna e USA grazie al ricorso keynesiano alla spesa pubblica (quindi debito) e, soprattutto, esportando la crisi verso il resto del mondo attraverso i canali finanziari.

Il problema è strutturale: il capitalismo mondiale è affetto dalla più grande crisi di sovrapproduzione di capitali e merci mai vista, che ha origine nella secolare caduta del tasso di profitto nei settori produttivi e che si è manifestata in tutta la sua potenza devastante con l'esplosione della bolla speculativa nel 2007. L'attuale deflazione nell'Eurozona – oltre ad essere trainata dal ribasso dei prezzi di petrolio e materie prime – è una crisi della domanda, depressa da anni di Austerity neoliberista e priva di stimoli a causa della dinamica negativa degli investimenti, sia pubblici che privati. Gli investimenti, a loro volta, sono bloccati dalla bassa redditività: ovvero, troppa concorrenza, troppa capacità produttiva in circolo e troppo pochi profitti realizzabili. i capitalisti si spostano dai settori produttivi a quelli finanziari, alimentando nuove bolle speculative pronte ad esplodere.

L'unica via di uscita dalla crisi è conquistare nuovi mercati "vergini", ma il mondo non è infinito come pretende la dinamica illimitata dell'accumulazione capitalistica. Non resta che distruggere il capitale in eccesso (denaro, impianti, merci, lavoratori), preferibilmente quello dei concorrenti.

È noto che la "Grande Crisi" del '29 si risolse non tanto con il New Deal, quanto con la seconda guerra mondiale e con la successiva ricostruzione dell'Europa. Oggi, la sempre più accesa competizione internazionale tra poli imperialisti in reciproca lotta si manifesta ormai apertamente come tendenza alla guerra. I confini dell'Unione Europea, dall'Ucraina al Medio Oriente, sono già in fiamme...

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