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Nuova colonia israeliana dopo 25 anni

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Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato ieri l'inizio dei lavori per la costruzione di una nuova colonia nei Territori Occupati della Cisgiordania: si chiamerà Amichai e sarà il primo insediamento costruito ex novo da Israele dopo 25 anni. Il progetto, annunciato il 30 marzo scorso proprio dal premier, viene giustificato come «risarcimento» per le 40 famiglie di coloni sgomberate da Amona, l'insediamento considerato illegale da una sentenza della Corte Suprema poiché costruito su terreni privati palestinesi. «Dopo decenni – ha dichiarato soddisfatto Netanyahu – ho il privilegio di essere il primo premier a costruire una nuova comunità in Giudea e Samaria». Il progetto prevede 102 unità abitative a e 1.400 unità coloniali. Anche se, denunciano i palestinesi, i nuovi insediamenti in costruzione sarebbero in realtà due e non uno, considerando anche quello di Shvut Rachel orientale che sarà situato tra l'esistente colonia di Shvut Rachel e il nascituro Amichai.

La condanna è arrivata dall'inviato delle Nazioni Unite per il Medio Oriente Nickolay Mladenov, che ha parlato di «flagrante violazione» del diritto internazionale. Ma, nonostante la convenzione di Ginevra del 1949 proibisca alle potenze occupanti di trasferire i propri civili su territori occupati, la ramanzina di Mladenov è poco più che simbolica. Così come simboliche appaiono le frequenti prese di posizione dell'Unione Europea, i cui stati membri non sono disposti a recidere i legami politici, commerciali e militari che li legano a doppio filo alle politiche coloniali di quella che viene definita «l'unica democrazia del Medio Oriente». In effetti, ciò che conta realmente è l'appoggio della Casa Bianca: dopo gli ambigui tentativi dell'amministrazione Obama di limitare le colonie per riattivare il processo di pace, Donald Trump è pronto a garantire l'appoggio incondizionato allo storico alleato. Del resto, come ha recentemente ricordato Rashid Khalidi: «il peso della più lunga occupazione militare della storia moderna è stato sostenuto in termini di soldi, armi e diplomazia soprattutto dall'America».

Mentre le organizzazioni palestinesi rinnovano l'accusa di «colonialismo, apartheid e pulizia etnica», Alla lista dei critici si è unito anche l'ex premier laburista Ehud Barak, il quale ha dichiarato che l'attuale situazione israeliana «non è da apartheid» ma «è su un pendio scivoloso» verso quella direzione. Intanto Netanyahu sembra sempre più intenzionato a candidare il suo partito Likud come il "nuovo partito dei coloni". Le sue dichiarazioni lasciano pocho spazio ai dubbi: «Non c'è stato, né ci sarà un migliore governo per le colonie che quello nostro».

Da quando Netanyahu si è insediato al governo nel 2009, oltre 14 mila nuove case per i coloni sono state costruite negli insediamenti già presenti in Cisgiordania. Solo nel 2016 l'incremento delle costruzioni da parte dei coloni è stato del 40% rispetto all'anno precedente, mentre a inizio 2017 il governo ha approvato la "Legge della regolazione" che riconosce retroattivamente decine di avamposti coloniali illegali.

Proprio quest'anno ricorre il 50esimo anniversario della Guerra dei 6 Giorni combattuta nel 1967, al termine della quale ha avuto inizio l'occupazione militare e l'insediamento di colonie israeliane in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Attualmente Israele controlla direttamente il 60 per cento della Cisgiordania occupata. Secondo l'Onu, questa zona comprende le riserve di terra più rilevanti per lo sviluppo dei palestinesi, così come larga parte dei terreni agricoli e da pascolo della Palestina, ma Israele considera il 70 per cento dell'area non edificabile dai palestinesi, il 29 per cento edificabile con molte restrizioni e solo l'1 per cento disponibile per il libero sfruttamento. La restante porzione di territorio della Cisgiordania è costituita da enclavi disposte a macchia di leopardo in modo da spezzarne la continuità territoriale, amministrate dall'Autorità Nazionale Palestinese o da forme di controllo "miste".

Ma quanto è importante la politica coloniale ai fini della realizzazione di uno stato ebraico esteso dal Mediterraneo al fiume Giordano? All'indomani degli accordi di Oslo nel 1993 si contavano poco più di 100mila coloni, mentre le ultime stime parlano oggi di circa 600mila persone residenti negli insediamenti ebraici. Ciò significa che la zona direttamente controllata da Israele, dove è situata la maggior parte delle colonie, è abitata da un numero di israeliani superiore al doppio degli abitanti palestinesi, che sono circa 150mila: una buona base materiale per annettere questi territori allo Stato israeliano e presentarlo al mondo come fatto compiuto.

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