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ONU: la tratta degli schiavi è il più grande crimine contro l’umanità. USA e Israele votano contro la risoluzione

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L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato la risoluzione che definisce la tratta transatlantica degli schiavi il più grave crimine contro l’umanità. Con 123 voti favorevoli, il Palazzo di Vetro ratifica una verità storica che il capitalismo occidentale ha tentato di derubricare a incidente di percorso per secoli. Il provvedimento, promosso dal Ghana, non si limita alla condanna morale, ma agisce come un atto d’accusa politico verso le fondamenta del sistema di accumulazione globale.

Il dato politico centrale risiede nell’opposizione frontale di Stati Uniti, Israele e Argentina, a cui si somma l’astensione dell’Unione Europea, inclusa l’Italia. Questa frattura geografica (e ideologica) delinea esattamente i confini della resistenza coloniale contemporanea. Le potenze beneficiarie del saccheggio sistematico di esseri umani si trincerano dietro eccezioni giuridiche per evitare che il riconoscimento del crimine apra la strada a concrete istanze riparative. La scelta di Washington e il disimpegno di Bruxelles confermano che la gerarchia del “valore umano” resta un pilastro dell’ordine neoliberista.

Riconoscere la schiavitù come crimine supremo significa ammettere che le attuali asimmetrie tra Nord e Sud del mondo derivano da un progetto di sfruttamento pianificato e non da contingenze economiche. Il voto contrario dei paesi economicamente dominanti svela il timore che la memoria storica diventi uno strumento di giustizia distributiva. Questo atto non chiude una parentesi del passato, ma interroga il presente del razzismo strutturale e delle politiche di esclusione. La gestione della memoria resta un campo di battaglia in cui le ex potenze coloniali tentano di blindare i propri privilegi materiali negando la radice profonda della loro ricchezza. La risoluzione dell’ONU impone il tema della riparazione come l’unica via d’uscita dalla subalternità globale.

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