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Sahara Occidentale, Fronte Polisario: evitare ogni forma di disumanizzazione

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Riceviamo e pubblichiamo:


"Sahara Occidentale, Fronte Polisario: evitare ogni forma di disumanizzazione


di Fatima Mahfud, Rappresentante del Fronte Polisario in Italia-Tratto da Focus on Africa


Tra tutto quello che si è detto e scritto sull’ondata migratoria marocchina verso la Spagna, ho scelto di condividere la voce del popolo marocchino. Lo faccio per una ragione molto semplice: non ci rallegra affatto vedere migliaia di giovani marocchini costretti ad abbandonare la propria terra.
Se in questi anni ho imparato qualcosa sul popolo marocchino, è che non può e non deve essere identificato con il regime che governa il Paese.
Non ho mai vissuto in mezzo al popolo marocchino. La mia esperienza si è sviluppata soprattutto nel contesto del conflitto politico. Le persone di origine marocchina con cui ho avuto i rapporti più difficili sono state spesso quelle che, vedendomi come una minaccia in quanto Rappresentante del Fronte Polisario, hanno cercato di delegittimare il mio lavoro e di ostacolare la mia attività. Sarebbe però profondamente ingiusto trasformare quelle esperienze in un giudizio su un intero popolo. Gli incontri avuti in questi trentatré anni, in tanti Paesi diversi, mi hanno insegnato che nessun popolo può essere identificato con il comportamento di alcuni o con le scelte del proprio governo.
In ogni città italiana, francese, svizzera ed europea, ma anche negli altri continenti dove ho svolto le mie missioni, ho incontrato centinaia di cittadini di origine marocchina. Donne e uomini che lavorano in condizioni spesso difficilissime, ma nei quali ho sempre riconosciuto una straordinaria capacità di sacrificio, una profonda dignità, una forte etica del lavoro e una determinazione incrollabile nel costruire il proprio futuro. È questa l’immagine che porto con me. Per questo, al Fronte Polisario non fa piacere vedere migliaia di giovani marocchini costretti, dalle condizioni economiche e sociali del proprio Paese, ad abbandonare il Marocco. È una perdita immensa innanzitutto per il popolo marocchino: migliaia di giovani, spesso altamente qualificati, che potrebbero contribuire allo sviluppo del Paese e renderlo una delle realtà più dinamiche del Mediterraneo.
Lo abbiamo scritto più volte nel nostro piano di pace: immaginiamo un futuro fondato sulla convivenza civile, nel quale i cittadini di origine marocchina siano considerati una risorsa e mai un peso.
Abbiamo imparato, forse più di altri popoli, che la disumanizzazione è il primo atto con cui si prepara ogni ingiustizia. Prima si smette di vedere l’altro come persona, poi diventa più semplice negargli i diritti, cancellarne la memoria e giustificarne la sofferenza. Per questo continuiamo a distinguere tra il potere e le persone, tra le responsabilità di uno Stato e la dignità di un popolo.
Confondere le due cose significa adottare la stessa logica che da decenni pretende di negare l’esistenza del popolo saharawi riducendolo a una questione geopolitica.
Noi rifiutiamo questa logica. Non soltanto perché è moralmente inaccettabile, ma perché politicamente sterile. Le guerre possono imporre rapporti di forza; soltanto il reciproco riconoscimento può creare le condizioni di una pace duratura. Per questo il nostro progetto politico guarda non solo alla liberazione del Sahara Occidentale, ma anche al giorno in cui saharawi e marocchini potranno incontrarsi non come occupante e occupato, né come vincitore e vinto, ma come due popoli restituiti alla propria storia. È questa, in fondo, la differenza tra chi misura la storia con le vittorie e chi la misura con la capacità di riconciliare i popoli."

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