IN ITALIA
L'onda sismica della rivolta in Tunisia e in Egitto arriva fino in Italia ed è manna dal cielo anche per gli immigrati maghrebini e arabi, cattolici o musulmani che siano. Ieri però quando il governo Mubarak ha bloccato i social network e ha interrotto le linee telefoniche dei cellulari nel Paese, l'ansia e la preoccupazione sono cresciuti ulteriormente nella comunità italo-egiziana.
D'altronde non è un caso che il regime abbia oscurato Facebook, Twitter e Skype, divenuti il mezzo di diffusione più potente del simbolo della rivolta: «la foto di Khaled Said, il blogger egiziano di 28 anni torturato e ucciso nel giugno scorso da agenti di polizia perché secondo l'accusa avrebbe filmato con il telefonino la scena di un ufficiale di polizia mentre vendeva hashish», racconta Mohamed Youssef, corrispondente in Italia del quotidiano indipendente egiziano Al-Masry Al-Youm. Un simbolo che si è diffuso di pagina in pagina, di profilo in profilo, «senza distinzione politica o religiosa, come quando, subito dopo l'attacco terroristico alla chiesa copta, cristiani e musulmani cambiarono la foto del loro profilo con il simbolo della mezza luna e della croce affiancati. Quella strage - continua Youssef - contribuì a infiammare gli egiziani che non si sentivano più protetti dal regime». Ma Mubarak non è Ben Ali, nel bene e nel male, dicono tutti. Gli egiziani guardano a Tunisi e non vogliono essere da meno anche perché sanno che per i loro cugini maghrebini non è facile superare la paura di essere intercettati, spiati, denunciati. «Molti tunisini che vivono in Italia sono rifugiati politici, mentre gli egiziani sono soprattutto immigrati volontari ma tutti vorrebbero poter partecipare a questo momento storico, scendere al fianco dei giovani, degli studenti, perfino delle donne, che non chiedono più pane ma libertà, che vogliono essere come i loro coetanei europei, godere degli stessi diritti. Ma quali Fratelli Musulmani!, - conclude Youssef - non dobbiamo dare loro importanza e cadere nel loro tranello: questa svolta è dei giovani perché l'hanno fatta i giovani».
«Magari non ce la fanno a lasciare tutto e partire, come sta accadendo in Francia o in altri stati europei con gli immigrati di seconda o terza generazione», racconta Hamadi Zribi, tunisino, in Europa da 32 anni, dipendente in cassa integrazione del Prc, richiamato in patria dai suo compagni per andare a partecipare al rinnovamento del Paese: «Se me lo aspettavo? No, nessuno se lo aspettava ma siamo tutti felici». Anche lì, in Tunisia, come simbolo della rivolta c'è un ragazzo, Mohamed Bouazizi, «il martire che si è dato fuoco», un laureato costretto a vendere frutta e verdura. Qualcuno lo ha affisso nel suo negozio, ma non in vista, perché ancora nessuno è al sicuro.
«Ma gli effetti di questa rivoluzione si stanno facendo interessanti anche sugli immigrati in Italia - racconta Karim Metref, scrittore e blogger algerino, cantore della Cabilia - Assistiamo oggi ad un vero risveglio delle comunità, soprattutto quella tunisina che era terrorizzata da Ben Ali; associazioni che prima facevano solo folklore oggi si mobilitano, la gente parla di politica alla luce del sole, si confronta, si libera». «E prendono coscienza anche del ruolo dell'Italia, fondamentale nella crescita del regime dittatoriale di Ben Ali - aggiunge Youness Rhouma, sindacalista Cub a Milano, dove c'è la comunità più popolosa di italo-tunisini - molti si chiedono perché la Francia, tentando ora di rifarsi una verginità, sta congelando i beni del dittatore, mentre l'Italia continua a difenderlo».
Anche l'Algeria e il Marocco guardano con interesse e un po' d'invidia a Tunisi, e tutti sperano che qualcosa accada pure lì. Metref, che in questi giorni ha partecipato a molte assemblee di immigrati in tutta Italia, parla di una «rivolta finalmente senza leadership. Come finirà non lo sappiamo: dipende dalla resistenza della popolazione e dalle manipolazioni internazionali». Dipende anche dai media occidentali: «Per anni immigrato tunisino voleva dire terrorista islamico - conclude Rhouma - Oggi, le vedete le nostre facce? Sono quelle di gente che si rivolta contro una dittatura».
29/01/2011 | POLITICA - INTERNAZIONALE | di Eleonora Martini - il manifesto
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