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La manovra contro il lavoro

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La manovra contro il lavoro

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Nonostante da Confindustria e sindacati fosse venuto l’invito a non intromettersi il governo ha deciso di entrare a gamba tesa nelle relazioni sindacali fino a lambire lo Statuto dei lavoratori. Lo ha fatto con l’incentivo alla contrattazione aziendale e territoriale (nella manovra verrà defiscalizzato il salario aggiuntivo erogato dalle aziende) con le quali si potranno stabilire deroghe rispetto ai contratti nazionali su "mansioni, classificazione e inquadramento del personale, disciplina dell'orario di lavoro, modalità di assunzione e disciplina del rapporto di lavoro" ma anche su "recesso dal rapporto di lavoro, fatta eccezione per il licenziamento discriminatorio e il licenziamento della lavoratrice in concomitanza del matrimonio". L’articolo 18, che secondo Sacconi "non è stato toccato" si potrà così in parte aggirare anche se resta da vedere la possibilità di disapplicare con contratti aziendali una legge generale.

Ma dal sindacato l’accusa che viene mossa al governo è anche quella di aver approntato una norma cucita addosso alla Fiat. Il paragrafo 3 dell’articolo 8 del decreto legge, in effetti, è spudorato: "Le disposizioni contenute in contratti collettivi aziendali vigenti, approvati e sottoscritti prima dell'accordo interconfederale del 28 giugno 2011 tra le parti sociali, sono efficaci nei confronti di tutto il personale delle unità produttive cui il contratto stesso si riferisce a condizione che sia stato approvato con votazione a maggioranza dei lavoratori". Insomma, gli accordi Pomigliano e Mirafiori vengono legittimati "ex post" con quella che la Fiom definisce "legge ad aziendam" e che recepisce fino in fondo le richieste del Lingotto.

Dall’interno della Cgil si sottolinea anche la gravità del combinato tra la norma di ieri e l’accordo siglato lo scorso 28 giugno,quello che su queste colonne è stato definito "Porcellum confederale". E’ stata anche la Cgil, infatti, a firmare un accordo in cui si prevede che la contrattazione nazionale si esercita per "materie delegate dal contratto collettivo o dalla legge" e che tali accordi sono vincolanti per tutti i sindacati interni all’azienda "se approvati dalla maggioranza delle Rsu". Inoltre, quei contratti aziendali, così approvati, possono definire deroghe anche su "prestazione lavorativa, orari, organizzazione del lavoro".

Non si parla, ovviamente, di licenziamenti, introdotti invece dal ministro Sacconi e la Cgil, in ogni caso, sostiene che il decreto del governo "ribalta l’accordo del 28 giugno". Sta di fatto che i due testi, sovrapposti, costituiscono ora una polpetta avvelenata e mettono a serio rischio diritti acquisiti da lungo tempo. Anche perché si inseriscono in un clima del Paese come quello evidenziato dalle parole del presidente di Confindustria veneta, Andrea Tomat: "Per risanare i conti gli operai dovrebbero lavorare gratis 5 giorni all’anno per 5 anni".

Ora la Cgil che parla di "manovra iniqua" annuncia una mobilitazione "fino in fondo" anche se attende di sapere cosa faranno Cisl e Uil ieri molto silenziose con Bonanni che non sembra avere intenzione di scendere in piazza. La strategia dell’intesa seguita da Corso Italia nelle ultime settimane sembra così fortemente incrinata.

La Fiom, invece, chiede una "mobilitazione straordinaria fino allo sciopero generale" e la convocazione straordinaria del direttivo della Cgil. Giorgio Cremaschi, della minoranza interna alla Cgil, chiede uno "sciopero in tempi utili" ma anche le dimissioni di Camusso e su una linea di lotta "dura" si muovono anche la Funzione pubblica della Cgil e il sindacato dei pensionati. Intanto l’Usb ha già convocato due ore di sciopero del Pubblico impiego il 9 settembre e si dice pronto a uno "sciopero generale e generalizzato".

Salvatore Cannavò -  tratto da Il Fatto Quotidiano


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