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L’ultima cena: la sinistra al gusto di destra

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L’ultima cena: la sinistra al gusto di destra

Quindi, Livorno è come un grande sogno, tutto da decifrare al di là del significato manifesto. In uno degli ultimi sogni, che mi ha colpito per l’alto significato simbolico, c’era quello di un tribunale che comminava, con il plauso di istituzioni e la felicità di molti cittadini, pene diverse per reati simili, risultando particolarmente indulgente per  gli autoctoni e severo con gli  stranieri. La qual cosa mi ha spinto a dei punti di domanda tra i quali:” vuoi vedere che molti esponenti locali sono di destra senza saperlo? Vuoi vedere che piano, piano la cultura dominante risponde ad un impulso inconscio che si rifà ai valori della destra, anzi alla “nouvelle droite”?

Quali sono le ragioni recondite di questo “etnocentrismo giuridico” e di altri  dubbi comportamenti politici? Qualche grande saggio subito avrà da dire che siamo di fronte a fattispecie diverse ed argomenterà la sua esposizione con novizia di cavilli giuridici e con dotte disquisizioni di carattere socio-politico. Ma il dubbio rimane.

Ecco allora emergere dall’analisi dei labirinti inconsci della politica locale un ipotesi interpretativa che potrebbe dare senso ai “geroglifici onirici”. Tale ipotetica visione riesce a rispondere tra l’altro e senza incrinature logiche tra le diverse questioni anche a come mai la punizione del diverso (straniero)  avviene in base a principi di equità e parità di trattamento molto dubbi.

Ma Per capire meglio occorre ricorrere alla ”libera l’associazione delle parole” che emerge dalla lettura di molte dichiarazioni pubbliche e dai vari programmi.

Sono dichiarazioni che parlano di valorizzazione delle etnie e di integrazione, di  massima accoglienza e di solidarietà. In queste parole è possibile rintracciare, dietro il pesante mascheramento retorico e con fatica, un probabile retro pensiero latente inconscio in cui la valorizzazione delle etnie e dei popoli potrebbe rimandare alla valorizzazione del proprio popolo  come valore di riferimento e centro “liturgico” a difesa delle vere culture genuine minacciate dalla occupazione “straniera”.

Questo potrebbe spingere verso forme di visioni gerarchiche in chiave etnica, sulle quali costruire potenziali di diseguaglianza “morbide”.

Ciò potrebbe essere anche rafforzato dal continuo richiamo all’obbligo del rispetto dei doveri locali che vincola ogni “buon selvaggio”, prerequisito quest’ultimo fondamentale per poter usufruire, in una logica del “taglione”e non di eguaglianza e reciprocità, di qualche diritto.

Ma i meccanismi di difesa dell’Io politico come la “razionalizzazione”, toccano anche la globalizzazione, che viene interpretata sempre più spesso come valore di sano e buono progresso, negando inconsciamente, il fatto storico che essa si è potuta affermare proprio in virtù di forti disuguaglianze territoriali, economiche e sociali, che di fatto hanno aperto la porta ad un nuovo neocolonialismo, e hanno favorito la delocalizzazione dei produttori in aree fortemente arretrate dal punto di vista dei diritti e della salvaguardia dell’ambiente creando i nuovi “servi della gleba”.

Alla fine la globalizzazione “distillata” dal suo reale timbro storico-economico finisce per subire una profonda alterazione semantica che di fatto la travolge in forza buona e di progresso, che tutto legittima.

Ecco quindi che la condivisione  “inconscia” di queste piattaforme valoriali e principi porta lentamente i praticanti su crinali marcatamente neo liberisti e a contaminare lentamente con elementi culturalmente di destra  il patrimonio  di una sinistra  già debole come identità collettivo-ideologica.

Diversamente, altri insigni studiosi hanno ipotizzato che la contaminazione del bagaglio ideologico-culturale del politico di sinistra sia la conseguenza diretta di sollecitazioni “post-ipnotiche” occulte di carattere subliminale da parte di una cultura egemone di destra. Cultura che segna con una forte impronta dominante tutti coloro che sono dotati di scarsa coscienza di classe.

Alla luce di queste ipotesi urge invertire la rotta. La qual cosa è possibile con una terapia d’urto di tipo cognitivo-comportamentale, che agisca sia sul fronte della controinformazione culturale sia sul fronte delle azioni sul campo. Nel particolare si potrebbe pensare ad una terapia di gruppo recuperando alcuni riti tribali amichevoli legati allo sviluppo della socialità e della fusione di culture ed etnie diverse, per esempio celebrando il rito del cibo come elemento di scambio culturale.

Lancio pertanto l’idea di iniziare un ciclo di ceneterapeutiche interetniche itineranti, in cui ognuno di noi porta qualcosa da mangiare fatto in casa per scambiare il nostro cibo con gli altri “stranieri”, in luoghi pubblici come nelle piazze o nelle circoscrizioni dei vari quartieri e anche, perché no, sulla strada del Limoncino, se non altro per l’evidente paradigma poco democratico che ha segnato tutta la vicenda.

Immaginate quindi i lavoratori di Bellabarba e frontisti che seduti alla stessa tavola mangiano e bevono e parlano insieme scambiandosi le loro ragioni in un ambiente caratterizzato dalla massima convivialità e tolleranza.

Inviato a Senza Soste da Dattero


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