È di oggi la notizia che il governo USA starebbe finanziando la creazione di “reti fantasma” per la diffusione del world wide web anche nei più chiusi regimi islamici e mediorientali. Il “New York Times” parla di oltre 50 milioni di dollari già investiti.
Un’operazione ai limiti dello spionaggio fantatecnologico, ma anche un’indubbia occasione di riflessione sul potere, l’informazione e le moderne tecnologie. Perché quando lo stato – che, proprio per difendere il suo status quo, dovrebbe opporsi all’indiscriminata diffusione di notizie – sceglie di appoggiare e finanziare questa libera (e sostanzialmente anarchica) diffusione, non vorrà forse dire che l’attuale status quo della politica internazionale non ha più nulla a che vedere con il suo “ante”?
Verrebbe da chiedersi, allora, quanti tra i “teorici” della politica moderna abbiano già rivolto il loro sguardo non solo ai nuovi intrecci tra potere, economia, informazione e tecnologia, ma ai rivolgimenti avvenuti all’interno di questi stessi campi. Perché parlare di “informazione”, in un’epoca che (ahimè per l’Italia) possiamo ancora definire a tutti gli effetti “berlusconiana”, non ha più nulla a che vedere con quel sistema che il Cavaliere di Arcore creò e diffuse negli scorsi decenni. Un’informazione sempre più svincolata dalla (falsa) libertà dello zapping televisivo e aperta agli infiniti intrecci della “rete”, ci prospetta scenari nuovi, a tratti inquietanti, scenari pieni di rischi, ma dalle enormi potenzialità di sviluppo. Questo futuro “ipertecnologico” ci spaventa perché non controllabile: ma se il controllo totale sfuggirà a noi, semplici utenti in balia della massa informazionale, allo stesso modo la proteiformità di questo network globale potrà divenire un’occasione irrinunciabile, per scivolare ancora una volta attraverso le maglie del potere tentacolare.
Per DEApress, Simone Rebora
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