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Teatro: Corpo Celeste

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CORPO CELESTE

Suite in cinque parti e musica liberamente tratto dall'omonimo saggio di Anna Maria Ortese. Drammaturgia e regia di Lina Sastri. Scene e luci di Kokocinski. Con Lina Sastri; e con Salvatore Minale, percussioni, Riccardo Pellegrino, violino e mandolino, Gianluca Persichetti chitarra.

Anna Maria Ortese fino al 1997 è scrittrice dimenticata. Tra gli anni ’50 e ’60 ha scritto alcune delle sue opere più rappresentative, come Il mare non bagna Napoli e Iguana. Poi per molti anni viene ignorata dalla critica e dal pubblico: i suoi toni neorealisti sono superati ormai, e in fondo il suo stile sperimentale, che guardava al di là dell’oceano, non ha mai del tutto conquistato il nostro paese. Facile quindi lasciarla da parte.
Nel 1997 però Anna Maria Ortese torna vigorosamente a far parlare di sé: Adelphi le pubblica un saggio, Corpo Celeste, una raccolta di scritti in cui emerge un’accorata polemica verso il mondo della cultura, con la sua superficialità, con il suo vuoto di valori. La Ortese lamenta la propria esclusione, ma soprattutto lo smarrimento di valori fondamentali come la pace, l’onestà, l’ambiente, la giustizia sociale. “Certo è che l'incontro con i lettori ‘industrializzati’ e di massa non è stato per nulla favorito da una scrittrice come lei ripiegata in un fondo chiuso di scontentezza umana ed esibente un broncio costante ai propri tempi” (Alfio Squillaci).
Corpo celeste è anche una nostalgico tuffo nella memoria, nella giovinezza, in quella Napoli che, per chi l’ha vissuta, è impossibile dimenticare. E Lina Sastri parte da qua, inizia la sua rappresentazione concentrandosi sugli aspetti più personali, più sentimentali, del testo; per passare solo successivamente agli aspetti politici, sociali e morali. Mentre canzoni napoletane popolari, tradizionali e recenti, accompagnano la narrazione. Va detto che la parte intimistica, benché presenti tratti commoventi, rischia di tanto in tanto di perdere forza, mentre la seconda metà, pur avendo una maggiore valenza culturale è spesso disorganica e rapsodica. Non c’è dubbio che il testo teatrale presenti passaggi di notevole spessore (ad esempio: “La libertà è del denaro, la vita è del denaro, l’esenzione dal martirio è del denaro”), tuttavia è affetto da una certa impalpabilità.
Ma a fronte di un copione non del tutto riuscito spicca una meravigliosa Lina Sastri, che riscatta completamente i difetti della rappresentazione, incantando, emozionando, commovendo. La sua espressione vocale è straordinaria, addirittura potenziata dall’amplificazione artificiale (necessaria per le parti cantate), che permette di sfruttare anche l’intenso potere del sussurrare. Lina Sastri quando recita sembra una dea, un’anima nordica, nobile e raffinata, composta, drammatica, e a tratti riesce a far scivolare punte di ironia quasi impercettibili; quando canta esprime invece la propria origine mediterranea, una fisicità tanto più violenta e spaventosa quanto elegante e sotto le righe, come nella sublime interpretazione della Tammurriata Nera. La voce è un superbo groviglio di suoni misteriosi, con una punta di lieve raucedine che le conferisce ancora più fascino. Ascoltando la Sastri nell’emozionante versione di O’ sole mio, cantato non a piena voce (cosa che permette una maggiore espressività vocale e interpretativa), viene da pensare come sia possibile che migliaia e migliaia di persone possano aver apprezzato, per anni, roba come i Tre Tenori, quelle sirene di ambulanza che cantavano a squarciagola e altrettanto autocompiacimento la celebre canzone napoletana.
La Sastri fa dal canto suo una scelta di elegante sobrietà, e le musiche, suonate in modo impeccabile da Salvatore Minale, Riccardo Pellegrino e Gianluca Persichetti, si dimostrano coerenti a questa scelta, per la loro essenzialità, pulizia e concinnitas.
Riuscite sono anche le scene: indovinata è la scelta di usare gran parte della profondità del palcoscenico; ma soprattutto il gioco di luci, di specchi e di prospettive all’apertura del sipario sembra la materializzazione di un sogno, un bellissimo sogno, che tuttavia contiene qualcosa di pauroso, di misterioso, inquietante. Forse il sogno della Ortese che auspicava un “mondo innocente”, un mondo di pace; ma che poi ricordava: “Si è artisti perché non c’è pace, perché si è tristi”.

Al Teatro della Pergola fino a domenica 18 febbraio

Giulio Gori - DEA

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 20 Febbraio 2007 14:43 )  

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