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Redazionale: per Alfredo Cospito

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La situazione di Alfredo Cospito si fa sempre più grave: arrivato al 102/o giorno di sciopero della fame, l'anarchico condannato al 41bis ha perso più di 40 kili e si trova in una condizone di estrema fragilità, essendo caduto in doccia pochi giorni fa rompendosi il setto nasale. 
L'ingiustizia statale che si sta consumando con questa vicenda ha provocato il movimento di più parti della società civile. Se lo stesso regime di carcere duro ha ricevuto condanne da diverse personalità e istituzioni (compresa l'Unione Europea), la sua applicazione in questo caso pare proprio un'assurdità, un danno allo Stato di Diritto perpretato da chi dovrebbe difenderlo, con uno Stato che, di fatto, condanna a morte un uomo per reati non gravi, ma visti come atti di terrorismo contro lo Stato stesso.

Fuori dal carcere, questa vicenda non ha fatto altro che aumentare la tensione tra Stato e forze antagoniste, con diversi atti di repressione in atto lungo tutto il territorio nazionale. 
Gli ultimi mesi, infatti, hanno visto la movimentazione dei gruppi anarchici di tutta Italia: l'ultimo episodio risale al 28 gennaio, con un presidio degli anarchici romani in piazza Trilussa, che ha visto scontri con la polizia, feriti da entrambe le parti e arresti.
Come detto, si tratta solo dell'ultimo episodio: la galassia anarchica è in fibrillazione da mesi, avendo elevato Alfredo a simbolo della repressione di Stato e avendo trovato solidarietà anche a livello internazionale. Ciò ha portato anche a deplorevoli gesti di violenza (come, ad esempio, l'attentato al primo consigliere dell'ambasciata italiana ad Atene avvenuto il 2 dicembre scorso e rivendicato dagli anarchici greci), certamente da condannare, ma soprattutto da vedere come il risultato di una crescita di tensione che le istituzioni devono assolutamente cercare di sgonfiare. E per far ciò, l'unica cosa possibile è patteggiare, garantire la salute di Alfredo e impedire che egli muoia in carcere, possibilità che ormai è più che realistica, date le condizioni di salute del detenuto. 

Invece, da Palazzo Chigi arrivano dichiarazioni di fermezza e di chiusura. Il Ministro dell'Interno ha recentemente dichiarato che il Governo non è disposto a cedere a queste azioni, mentre il Capo della Polizia ha informato la stampa del fatto che l'intelligence e le forze dell'ordine hanno posto sotto controllo speciale i movimenti di tali gruppi. Nel frattempo la dottoressa che monitora le condizioni di salute di Cospito, Angeli Milia, è stata raggiunta da una diffida a concedere interviste a organi di stampa vicini a tali ambienti, come Radio Onda D'urto, diffida che da molti è stata presa come chiaro atto di repressione della stampa, soprattutto considerando il fatto che la dottoressa succitata si è sempre limitata riferire sulla salute del detenuto.

Seppur sia comprensibile che lo Stato assuma una posizione del genere, assimilabile alla "linea della fermezza" assunta durante gli anni di piombo, per noi si tratta di una posizione che si giustifica solo per, se così ci possiamo esprimere, "posa elettorale": questo governo è infatti salito al potere spingendo le parole d'ordine securitarie e autoritarie tipiche dei partiti di destra, ed è quindi naturale che esso consideri la mediazione con questi gruppi come una inammissibile concessione, qualcosa che farebbe "perdere la faccia".
Il problema è che, in questo caso, è in gioco la vita di un uomo, e tramite questa linea di fermezza lo Stato l'ho sta di fatto condannando a morte. Sia chiaro che non è una novità: già nei mesi e negli anni passati la retorica sull'immigrazione si è giocata sulle vite di migliaia di profughi e disperati lasciati a morire nel Mediterraneo o nei Lagher libici, e del resto ogni azione politica è destinata a determinare il corso di migliaia di vite, anche se non sempre in modo così catastrofico, anche se solo modificandone gli aspetti banali e quotidiani: è, del resto, l'aspetto affascinante e terrificante della politica. La differenza è che in questo caso, l'uomo in questione ha un volto, di cui è stato possibile, nel corso dei mesi, vedere il deperimento, un nome e, soprattutto una storia politica che, da un lato, le istituzioni non sembrano voler perdonare, e dall'altro, ha portato a una mobilitazione nazionale e internazionale.

Per quanto ci riguarda, condannare a morte quest'uomo è un fatto deleterio per lo Stato di Diritto, un precedente che non potrà essere ignorato e che soprattutto porterà ad un aumento della tensione politica nel nostro paese e alla radicalizzazione di gruppi già posti sulla sottile linea dell'estremismo. Menti più maliziose delle nostre direbbero che anche questa potrebbe essere una strategia posta in atto da chi sta ai vertici, ma noi non vogliamo lanciarci in tali supposizioni: per quanto ci riguarda, si tratta per lo più di stupidità, dell'incapacità di avere un'orizzonte più ampio che vada oltre le esigenze politiche del momento e sia capace di abbracciare il nostro Stato come sistema di lunga durata imperniato sui cardini del Diritto e della Giustizia (e le maiuscole qui non sono casuali).

Per questo anche noi ci uniamo all'appello: per uno Stato più giusto e più libero, per una giustizia che sia giusta e non vendicativa, Alfredo deve essere liberato.

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