Abbiamo visitato per voi lo Studio Rosai a Firenze in Via Toscanella 18.
Ci ha aperto la porta Fabio Norcini che ci ha presentalo L'IMPERFETTO PRESENTE SENZA FUTURO di UN PASSATO PROSSIMO VENTURO con l'artista Stefano Davidson.
Una mostra interessante con opere dense di significato, una via storica e per la Galleria un nome impegnativo "Studio Rosai". Leggiamo qui di seguito il commento del curatore della mostra Fabio Norcini:
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Stefano Davidson oltre il giardino
di Fabio Norcini

Si potrebbe guardare l'arte da punto di vista dei "mestieri", invece che da quello delle "arti"? Un gioco, forse, o un disincantato cerchio euristico paradossale e ironico, però suscettibile di idee feconde: lasciando stare, per ovvi motivi, gli imbianchini tra i tappezzieri potremmo annoverare Boetti e molta transavanguardia, mentre tra i fabbri potremmo mettere Burri e compagnia. Beuys e soci starebbero tra gli idraulici, tra gli elettricisti e loro specialistici derivati i vari installatori al neon, laser e loro epigoni, e non mancherebbero certo i meccanici, i macellai, gli imbalsamatori, gli orafi, gli imballatori e via e via. tutti disposti a cambiare anche lavoro: i nomi da accostare a tali categorie si lasciano all'immaginazione del lettore.
La balzana premessa serve ad inquadrare Stefano Davidson, artista complesso e versatile (è anche scrittore, polemista, operatore musicale e altro ancora), la sua figura nel campo pittorico, proseguendo nel gioco, si dovrebbe assimilare a quella di un giardiniere. Intendendo quest'ultimo nell'accezione tratteggiata Jorn de Précy: una persona umile e paziente che si mette in sintonia con la natura, nonostante "nel nostro tempo troppo pieno di sé e delle sue conquiste, in questa società in cui sembra che il destino di qualsiasi attività sia genere di ricchezza, soddisfare desideri per lo più superflui, abbiamo dimenticato il bisogno, tanto essenziale quanto mangiare o bere: abitare un mondo dotato di senso" (Jorn de Précy, Il giardino creò l'uomo, Milano, 2012, p.22. Da notare che l'edizione originale di §The lost garden, unica opera di questo gentiluomo islandese trapiantato in Inghilterra, è del 1912). Per Davidson infatti dipingere è come fare giardini, "veri giardini, luoghi indomiti, fuorilegge", come se trascinasse il proprio disegno sulla faccia della terra,per trasferirvi il proprio sogno.
I suoi colori, anzie la sua "cognizione del colore" somiglia a quella naturale dei fiori e delle piante, che si intona al trascorrere della luce del giorno. un parco, il suo, alquanto vasto, nel quale ogni zona corrisponde a una particolare forma espressiva: i ritratti, i nudi, le composizioni complesse, vere e proprie allegorie che ripercorrono l'iconografia classica. Sono aree che si mischiano in modo inaspettato nel suo "luogo pittorico" con un preciso intento: lasciare all'occhio che li vede la sensazione della bellezza mai disgiunta dal mistero.
Per questo una sua costante stilistica è una certa "non-timidezza", quasi rifiuto di spiegar con logiche preformate il senso del soggetto. Qui si dovrebbe accennare alla tecnica, la cui maggiore virtù consiste nel dimenticarsla e mai sfoggiarla, ma il discorso ci porterebbe lontano.
Un ipo-realismo, dunque, teso ad una percezione diversa del tempo, che privilegia il recupero di quello stupore e mareviglia difronte alle cose tipico dell'infanzia. Come scriveva Vinicio Orsini al Alessandro Farnese (il 22/04/1561), anche Davidson potrebbe dire "sto tuttavia intorno al mio boschetto per vedere se lo posso far vedere maraviglioso a Lei come a molti balordi che vi vengono, ma questo non avverrà perché la maraviglia nascendo da l'ignoranza non può cadere in Lei".
Nella sua Bomarzo di tela Davidson ricerca quel brivido dato dagli incanti di giochi quali caleidoscopi, lanterne magiche, view-masters, a occhi ancora incorrotti. Per lui, a differenza di Goya, per il quale "il sogno della ragione genera mostri", la ragione del sogno genera fate. Basta vedere i tanti Chisciotte, ma anche i ritratti nei quali si fa palpabile il senso di attesa, per capire che le sue sono istantanee eterne di un tempo altro. Quello al quale allude il titolo: l'imperfetto presente senza futuro di un passato prossimo venturo; dichiarazione di rigetto di una contemporaneità dissennata che corre spasmodicamente, tesa ad un futuro chimerico, alla quale oppone una distonia che è anche distopia: l'esatto contrario delle utopie che hanno segnato, e con quali ferali esiti, il nostro passato. Costernazione radicale della "cosa giusta nel momento giusto", prerogativa degli "utili idioti" cari al progresso e ad ogni progrssismo; si può ancora essere "inutili intelligenti" senza regredire, cercando invece il qui ed ora del vivere, sembrachiedersi Davidson per esempioae icasticamente nelle sue figurazioni di un terno ritorno psichedelico (vedi Cesenacido le sue rivisitazione delle simbologie cristiani, o la serie Quadri di un'esposizione), esssere in irrimediabile anticipo o ritardo, appunto distonici, sul proprio tempo può condurre sull'orlo della follia (altro tema caro all'autore), ma è il rischio della vera libertà.
Lo stesso cui si sottopongono i suoi Giocatori, che recano nei volti le stigmate del dissidio con una stolta modernità: azzardo è anche tentare la sfida con l'invisibilità, affrontata in quella che potremmo chiamare "pittura bianca", facendo riferimento a quella "nera" del già menzionato Goya, (un esempio per tutti, la Palingenesi surrealista) un modo anche questo per rimettere al suo posto il mistero dell'arte.
Tornando dunque alle opere del Davidson, viste nell'ottica di de Précy, si può sostenre che esse soddisfano appieno il reuisito ideale del grande maestro del giardinaggio: esse sono "prima di tutto una creazione del cuore e dello sguardo".
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