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Fra un minuto e le anime migranti

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Presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma vi si ritrovano tracce di vite e di sprazzi di esse. E' l'opera creativa che rende poi queste vite uniche e irripetibili. Come quelle di essere anime migranti in tende e in spazi talmente evocativi che Francesco Clemente in Anima Nomade rappresenta con una rapidità di ricerca talmente intensa da catturare la presenza. Ebbene in diverse installazioni di tende, di nomadi rifugi vi si ritrova quello che è rappresentativo di un tempo non sempre presente e non tanto passato di quella che è la migrazione delle anime. Clemente rappresenta il tempo che passa, in una tenda come accampamento dell'anima, della meditazione senza precedenti e senza antecedenti. Egli riesce a trasmutare un luogo espositivo in uno spazio senza precedenti. Senza fraintendimenti. In quello che è un tempo sempre più borghese ecco quindi scovare in queste odorose tende, in affreschi stabili in sostanza di movenza, egli sa sintetizzare le passeggiate necessarie a rendere il temporaneo passaggio terrestre come qualche cosa che possa essere veramente significativo. Ecco questo succede oggi e succedeva quando Clemente si incanta nella sua ricerca di una tecnica di segno e di segnali a rimembrare tutto quello che spesso sfugge alla linea del semplice pittore o del semplice scultore. Questo è il bello di Anima Nomade, una possibile isola che c'è e che è reinvenibile in quella sostanza di cose talmente unica da essere un passaggio a nord est o a sud ovest. Ma in questa riangolazione è possibile ritrovare se stessi. Se stessi. L'io interiore come meglio non si potrebbe.

Così succede che nel passaggio da uno spazio all''altro del Palazzo delle Esposizioni, in questo luogo che è già di per se temporalmente distante da ogni dimensione non cosmica, ci si imbatte in una sinestesia energetica di silenzi come L'ultimo meraviglioso minuto di Pietro Ruffo. Installazione che lascia senza respiro. In una dimensione così senza spazio e tempo da rimanere proprio in una possibilità su mille di rimanre li dove si è. Ed è la contemplazione di una sicurezza di segni, di tendaggi e di colori così sinceramente malinconici a far ricordare che l'arte di Ruffo è così scorrevole da poter voler rimanere in una sua installazione oppure spostarsi li dove scorre un breve film fatto di sintesi di respiri, di teschi che sanno essere memoria e di mutazioni di erbe e di alberi e di intutive strategie di addii. Come quello che può essere realmente quell'ultimo meraviglioso minuto. Come in un film di Disney. Come in una sfera onirica. Che bello.

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