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Mario d’Offizi il Bukowski del Sudafrica

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Mario d’Offizi – Raccontare le molestie dei preti, la guerra e l’apartheid. Senza rancore

di Joshua Evangelista

L’hanno definito il Bukowski del Sudafrica. Qualcuno azzarda paragoni con Miller e Kerouac. Mario d’Offizi, un passato tra collegio cattolico, guerra d’Angola e pubblicità e un presente da poeta, è una delle voci più interessanti del post apartheid. Padre italiano, madre irlandese, d’Offizi racconta nel suo romanzo autobiografico Bless Me Father (appena uscito in Italia con la Compagnia delle lettere) una storia di ribellione e violenza, nella quale tuttavia è impossibile scorgere alcuna traccia di rabbia. Nemmeno quando racconta il capitolo più doloroso della sua vita: le violenze sessuali subite nella sua permanenza nel collegio, prima da un giovane prete di passaggio, poi da padre Reginald Orsmond, che in seguito sarebbe diventato arcivescovo di Johannesburg.

Episodi centrali nel percorso di Mario, il cui segno più evidente è la sua capacità di “ascoltare” la città, di empatizzare con le sue sofferenze e di trasformarle in versi. L’intervista si trasforma ben presto in una conoscenza reciproca e lui mi ringrazia di ogni domanda, come se la storia la stessimo scrivendo insieme.

Hai girato l’Africa, hai passato momenti difficilissimi, sei stato testimone di svolte epocali nella politica del tuo Paese. Che ruolo ha avuto la scrittura in tutto questo?

E’ stata fondamentale. Indispensabile per  mantere un equilibrio. Scrivo poesie da quando ho undici anni, negli anni del collegio è stata un santuario nel quale rifugiarmi e nel tempo ha continuato a mantenere un ruolo terapeutico.

Eppure la tua non è una poesia esistenziale o personalistica.

Non guido, viaggio con treni e con i pullman. Ho la possibilità di vivere la città, di raccontarne i colori (Colours è una delle sue poesie piu belle, ndr).

Del resto hai vissuto nelle quattro città principali del Sudafrica, prima e dopo l’apartheid. E non sempre è stato un pellegrinaggio “sereno”. Da dove nasce questa ribellione?

Da mio padre. Era sul fronte etiope e si è ritrovato in Sudafrica, dove sono nato. Non ci sono ragazzi problematici, solo genitori problematici.

Una ribellione che hai evidenziato nel tuo periodo militare.

Ho passato nove mesi nell’esercito. I primi tre in Namibia, quando ci dicevano che la minaccia comunista era imponente. Poi un giorno sono fuggito dal fronte per andare al cinema e ho trascorso tre mesi in carcere. Da disertore ho cambiato varie città. Ero senza un lavoro soddisfacente e molto infelice.  Così ho deciso di arruolarmi nuovamente.

E ti hanno mandato in Angola.

Ho passato lì quattro mesi. In trincea si combatteva con la noia, l’unico sparo che ho sentito è stato un colpo tirato per sbaglio dentro al mio battaglione. La vera guerra era contro gli insetti. La notte preparavamo grandi falò per tenerli lontani, poi giustamente i nostri superiori ce lo impedirono, in quel modo eravamo visibili per i nemici. Così iniziò la nostra guerra contro le terribili zanzare africane.

Come hai vissuto il periodo della Riconciliazione? Hai seguito da vicino i passaggi più importanti della svolta?

Ho fatto di più. In quegli anni lavoravo come pubblicitario e mio figlio Paul aveva preso la mia stessa strada. Lui era diventato responsabile della prima agenzia pubblicitaria posseduta da neri. Un giornò mi chiamò e mi disse che Desmond Tutu aveva assegnato loro il compito di creare uno slogan per una campagna promozionale sulla Commissione per la Riconciliazione. Paul aveva bisogno di me e decisi di aiutarlo, anche se le disponibilità economiche dell’agenzia erano limitatissime. Così mi inventai “The truth  hurts, but silence kill” (La verità fa male, ma il silenzio uccide).

Com’è il Sudafrica post apartheid? I nostri media non parlano più del vostro Paese dagli anni ’90, tolta la parentesi dei mondiali del 2010.

Non sono un politologo quindi preferisco raccontarti quello che vedo nelle strade. Sì, il razzismo c’è, non è stato debellato. Ma la situazione non è peggiore di quella di New York, Londra, Parigi. O Roma. Girando tra le strade di questa città sento ancora persone che se devono rivolgersi a stranieri dicono “Negro vieni qua”.

Oltre a scrivere poesie pubblichi reportage di viaggio per una rivista. Ti chiedo di fare, per i nostri lettori, un’istantanea dell’Africa. Quella vera, fuori dai luoghi comuni.

Gli occidentali hanno l’ansia di aiutare l’Africa. Ma chi viene qui, o lo fa in cattiva fede o, seppur con i migliori propositi, finisce per arrecare inconsapevolmente danni. In Congo ho visto tanti camion superare le barriere doganali. Erano pieni di armi. E quando ripartivano non erano mai vuoti. Sai cosa contenevano? Minerali. L’Africa è un continente ricco e bellissimo, e chiunque vuole contribuire alla sua crescita deve capire che esiste un’unica regola, da rispettare sempre e comunque.

Quale?

Lasciare l’Africa agli africani.

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