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Il primo gol

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In attesa della pubblicazione in una antologia di racconti sul calcio in uscita nel 2017, pubblico un raccontino che vi confluirà.

Il primo gol

Il mio primo, atavico ricordo calcistico che
emerge nella mia memoria non può che
essere legato inscindibilmente al mio primo
gol. Ce ne sarebbero altri precedenti, quelli
che tappezzano il mio primo pallone con le
sensazioni, nella grande terrazza della casa
dove abitavo, che la sfera provoca quando si
tocca per la prima volta, quando si apprezza
incantati il movimento di quell'oggetto
magico che ci regala la coscienza di una
forma perfetta e completamente aderente alla
volontà di chi la tocca, di chi spinge, di chi
vuole trasformarla in uno strumento di fama
e gloria. Aderente ad una volontà che però
non sempre si esplicita in una traiettoria
voluta, in un percorso desiderato ed allora
viene da chiedersi se davvero il piede non
abbia una sua propria coscienza ( o sia
piuttosto la manifestazione di una parte
inconscia di noi che si contrappone alla più
razionale mano, al pollice opponibile che ha
fatto la nostra fortuna nell'evoluzione ) che
prende la forma di un calcio di punizione
magistrale ma non voluto, un tiro al volo
indovinato, un passaggio che illumina lo
scatto di un compagno verso la porta, un
rimpallo maledetto che carambola
imprendibile in rete...oppure è la palla stessa,
la sfera stessa, che ci ricorda di come tutto
sia imperscrutabile ed oscuro intorno a noi
( d'altronde anche Parmenide che oggi, se
fosse calciatore, essendo nato e vissuto nella
campana Elea, militerebbe insieme all'altro
grade fantasista del pensiero, Zenone, nella

nostra Nazionale con chissà quali grandi
risultati; ecco lui asseriva che l'essere è una
sfera forma perfetta che sintetizza tutte le
caratteristiche dell'esistere poi secoli dopo
arriva Einstein ad includere tutto l'esistente
nella illimitata sfera di cui noi vediamo o
possiamo solo immaginare una impercettibile
parte della sua curvatura che tutto
racchiude ); ci rammenta, il pallone, di come
la nostra volontà sia solamente un puntino di
luce in mezzo al mare oscuro dell'ignoto in
cui siamo immersi e la sfera dell'essere
decide se prendere la via del gol oppure
morire tristemente sul fondo, o rifugiarsi
docile fra le braccia del portiere avversario
dopo essere carambolata fra le gambe degli
avversari, neutralizzando la carica esplosiva
che volevamo imprimere alla palla al
tiro...carambole pazzesche, traiettorie
inaspettate, eventi che mai avremmo potuto
prevedere nel momento dell'impatto,
nonostante lo sforzo di coordinazione che fin
da piccoli ci insegnano a ritrovare ( il corpo
non sbilanciato ma compatto ad imprimere
forza al pallone, il piede che deve stare
accanto alla sfera e l'altro che la deve
impattare nel punto giusto a seconda del tiro
che si vuole effettuare... ) Quante
prescrizioni, quante istruzioni da seguire,
quante indicazioni che si perdono poi nel
fuoco vivo dell'evento, della furia agonistica,
del momento in cui stanchezza e foga si
intrecciano, gli occhi vedono arrivare il
pallone, lo aveva cercato il pensiero prima di
quel calcio d'angolo, “magari su una respinta
il pallone arriva proprio a me” e così era

stato tanto che prima di decidere il da farsi,
nell'istante impercettibile che anticipa tutte le
nostre azioni, si fa spazio la sorpresa di
vedere avverata la profezia di una traiettoria
favorevole, di una carambola che fa venire la
sfera proprio verso di me, eccola, sono il
primo ad aver riconosciuto la sua volontà
imperscrutabile nella selva di gambe,
calzettoni colorati, scarpini e maglie che ho
davanti e c'è solo una domanda che si apre
prima ancora che giunga al punto di
interrogazione nella mia mente: cosa faccio
adesso? Ed è in quel momento che nella
memoria si apre una finestra dal quale entra
un vento impetuoso e risento l'urlo atavico,
primordiale di mio padre venuto a vedere la
prima partita del torneo di calcio per alunni
delle elementari che proprio lui ha
organizzato nel campo di calcio degli
impianti che ha contribuito a costruire. Che
dire, un deus ex machina che interviene nella
storia per consentire all'eroe, che sarei io!, di
convogliare le sue forze verso un finale
degno e glorioso, di sbloccare questo noioso
zero a zero su cui è bloccata questa partita
furiosa senza tattica e strategia come può
esserlo quella di bambini che rincorrono il
pallone disperatamente, in maniera caotica,
senza rispettare in alcun modo le prescrizioni
dell'allenatore che si sgola a bordo campo.
“Tiraaaa!” Se chiudo gli occhi lo risento
ancora quell'urlo mentre la palla arriva verso
di me, immobile a centrocampo, lontano
dalla mischia che si è creata sul calcio
d'angolo davanti alla porta avversaria,
appartato e riservato come lo sono sempre

stato rispetto ai gruppi, ai capannelli, “non
c'è bisogno di gridare così”, vorrei dirgli
magari prendendo il pallone in mano e
spedendolo con un calcio oltre la rete,
lontano, per interrompere la partita, gli
schiamazzi, l'insopportabile strepitio colorato
che mi circonda, e ritrovarmi finalmente al
centro di un grande catino di silenzio,
indifferente agli occhi che puntano su di me
l'attenzione interrogativa per un gesto
incomprensibile che non riescono a capire.
“Cerchiamo di stare calmi, fatemi ragionare
sul da farsi, su come investire in questa
occasione che mi si para davanti, fatemi
osservare meglio il volto del pallone che
rotola sghignazzando verso di me, eccolo lo
vedo che è venuto a stanarmi nella mia
quiete da centrocampista avulso dall'azione,
mai pensarsi avulsi da niente perché subito
un qualsivoglia evento arriverà a prendervi
per la manica della camicia a gettarvi nella
mischia, lo vedo il suo ghigno malefico
trovare spazio nelle cuciture del pallone, i
suoi occhi neri fissarmi dal fondo dei
pentagoni neri, quel dannato icosaedro che
già Archimede aveva studiato in un'opera
perduta, magari il giorno in cui qualche
chierico medievale ha raschiato la pergamena
dov'era incisa per copiarvi qualche preghiera,
dove forse quella mente eccelsa prefigurava
già le future glorie di quel mucchio di venti
esagoni e dodici pentagoni che poi avrebbe
fatto la fortuna di un Maradona, un Pelè, un
Messi o un Ronaldo qualunque...”Tiraaaa!”
E' quest'urlo che non riesco a togliermi dalla
testa, quello che in quel momento mi dette la

forza di calciare di collo pieno, quando il
pallone aderisce perfettamente al piede e
quasi non lo senti mentre abbraccia
perfettamente al piede e parte nel tragitto che
hai voluto imprimergli...Tirai così mentre la
a prolungata dell'urlo di mio padre svaniva
nell'aria ed io vedevo la mia gamba così
piccola rispetto alla grandezza della palla
regolamentare, così sproporzionata
nell'indossare i parastinchi enormi che
uscivano dai bianchi calzettoni rotti per
poterli contenere, avrò avuto dieci anni ed
ancora quel momento è qua impresso in
qualche risvolto di sinapsi, è impressa la
traiettoria di quella palla che si alza sopra le
teste dei miei compagni e degli avversari, si
dirige verso un punto che mi rendo conto
essere il fuoco di prospettiva di tutta
quell'azione, di quel gesto coraggioso, verso
il sette della porta avversaria, incastonato
alla perfezione fra la congiuntura del palo e
della traversa e le mani rese giganti dai
guanti del portiere avversario, era Eric un
ragazzone alto dai capelli rossi, e lì gonfiare
la rete come amano dire i commentatori delle
partite. Cosa successe dopo non lo ricordo
bene, l'unica cosa che ho ancora in mente è la
sorpresa che provocò in me l'effetto del tiro,
provai a girarmi verso mio padre ma non feci
in tempo a ringraziarlo di quel comando
perentorio, fui sommerso dai compagni, uno
di questi gridava così forte che mi fece quasi
paura e fu solo quando ritornai a casa dopo la
partita, per la cronaca conclusasi con un
pareggio per uno ad uno, che mia madre mi
riportò un messaggio di mio padre che nel

frattempo era andato al lavoro: “Hai fatto un
gol bellissimo, mi ha detto di dirti” ed il
ghigno di quel pallone che veniva verso di
me prima del mio tiro si trasformò in un
sorriso, ricordo che una lacr...”
-Prof?
-Sì?
-E' finita l'ora...
-Di già?!
-Beh, abbiamo iniziato a parlare di Proust e...
-E la sua madaleine, lo so, era per farvi un
esempio di quello che è successo nella sua
mente quando ha assaggiato dopo tanto
tempo quel pasticcino...
-Ha parlato un'ora del suo primo gol...
-Me lo avete chiesto voi
-Lo sappiamo ma...
-Lo so, mi sono dilungato, ma è stata l'erba
appena tagliata che ha scatenato in me una
reazione a catena incontrollabile, mi si è
aperto davanti il campo di calcio appena
tosato, quell'odore di fresco e sudore allo
stesso tempo, le narici che si allargano al
contatto con le particelle olfattive della
canfora usata per scaldare i muscoli e da lì la
memoria è andata verso il mio primo...
-Lo sappiamo prof, i compiti per la prossima
volta?
-Testo: esplorate la mappa delle vostre
memorie infantili per recuperare il ricordo
percettivo che vi faccia salire sulla macchina
del tempo per recuperare un pezzo del vostro
vissuto...
-Come ha detto?
-Scrivete un testo dal titolo: seguo un mio
ricordo percettivo e questo mi porta...

-Posso scrivere anche di mio fratello che da
piccolo mi faceva le puzzette in testa?
-Beh, la puzzetta è quella che unisce diversi
canali percettivi insieme, ne avrai da
scrivere...
-Come?
-Fattelo spiegare da chi ha capito, ci vediamo
la prossima settimana, arrivederci.
-Arrivederci prof, buona domenica.
-A vous aussi.

Samuele Petrocchi (C)

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Ultimo aggiornamento ( Domenica 26 Maggio 2019 11:55 )  

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