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L'ho sempre saputo - ultimo racconto di Barbara Balzerani

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Invito alla lettura e alla riflessione

Qui di seguito un estratto dal libro "L'ho sempre spauto" di Barbara Balzerani

"Era tornata primavera quando, come ubriache, io e la donna annusavamo l’aria che si era impregnata di profumi di erbe di prato. Noi che da anni non conoscevamo altro che la durezza dei pavimenti e avevamo dimenticato l’affondo dei piedi nella terra, cominciavamo a ricordare e riconoscere. Su tutti l’odore del timo riempì quel misero spazio dove passavamo le nostre giornate recluse, come quando si raccolgono pezzi di foglie e si strofinano tra le dita e l’umore di piante generose esce a inumidire la pelle. Un contagio di esistenza liberata. E ovunque ci si possa trovare lo spazio si dilata, tra terra e cielo, fin dove l’occhio arriva e l’immaginazione sostiene. 
La donna mi diceva di un passaggio di quiete nel fitto comunicare con la sua bambina. Di un tempo lunghissimo e lento in cui la vita è spuntata nei primi villaggi di umani fino a trasformarsi in città. 
“Mi accompagnava in luoghi carichi di bellezza e di storia”. Mi diceva. “Gerico, cantata nelle leggende bibliche, Aleppo, braccia aperte a ogni credo. Campi di battaglia per gli eserciti più rovinosi, pieni di arte e spiritualità, mete di attenzione da parte di studiosi esperti della messa a lucido dei siti di interesse turistico.”
Ma un altro luogo, misconosciuto per lungo tempo, irrompeva nelle sue visioni con la potenza di punto d’origine. Vedeva un altopiano frastagliato addossato a una voragine scavata nel tufo. Vedeva le pareti intagliate come da mano di artista bizzarro che lascia cadere a caso colore e scalpello. Vedeva gli ingressi di grotte lungo il degradare della costa, come tanti occhi aperti tra il biancore di rocce affioranti e vedeva la ricchezza di boschi. Sentiva la voce dell’acqua abbondante e del vento. E riusciva persino a riconoscere gli aromi degli arbusti di macchia e piante rare sopravvissute grazie alla cura di quel caldo abbraccio di roccia. Davanti ai suoi occhi passavano le immagini della storia di una cultura rupestre e contadina che era riuscita con la sola sapienza di mani a sostenersi per millenni in un territorio che, a un occhio distratto, sembra inospitale e non adatto a nessuna specie vivente. E dei suoi primi abitanti che, con il poco che avevano, riuscirono a costruire la loro città, adattandola al carattere della terra che li ospitava. Rispettandolo, come si deve all’ospite che offre calore, sostentamento, riparo, l’essenziale perché attecchisca la vita. Come sa fare una terra che è madre. 
Prosperarono e occuparono lo spazio al di là dello strapiombo quei lontanissimi arrivati. Li vide all’opera, tessere il mosaico dell’abitato a partire da quello che già c’era. Seguire la spirale del versante di monte, i suoi passi e, nel disegno, inglobare due giganti di pietra. E vide opere di ingegneria idraulica e di architettura ardita. Vide adattare i tetti a orti, ad appoggi per piani più alti di case, a cimiteri. E il sottosuolo di cantine e cisterne. Li vide pensare e realizzare una socialità solidale e collaborativa, di buon vicinato. Fatta di essenziali beni collettivi. I pozzi, i forni, accessibili a tutti nei cortili comuni. E vide le impronte lasciate dall’arte che il lunghissimo tempo ininterrotto di vita in quel pezzetto di mondo ha permesso di accumulare. Dalla sontuosità delle chiese in stili pregiati alla perfetta simbiosi con la roccia affrescata dell’arte rupestre, racconto meraviglioso della spiritualità di quella antica civiltà contadina. Anche sulle pareti di una di quelle grotte è stato inciso il racconto della genesi, cappella Sistina minore, ma non per bellezza e precisione dei dettagli. Dai disegni delle vesti, alla vivacità delle movenze delle figure, alla provenienza mediterranea del frutto del peccato, tutto coerente con una cultura legata più alla terra che al cielo. 
Immagini. Intervallate da lunghi silenzi pieni di mute domande. Vertigine, quasi, al pensiero di quanta storia scritta si sia sostenuta sulla modestia di città erette a forza di braccia, come grandi ali aperte su uno sputo di terra, sovraccariche di eventi in equilibrio precario. Eserciti, reami, imperi, conquiste, guerre, genocidi, signori, prelati, scienza, tecnica, industria, miseria e ricchezza, tutto nato sulle spalle di genti di nessun conto che avevano in sé la sapienza della buona vita. 
Non se ne seppe nulla per lungo tempo." L'ho sempre saputo

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Ultimo aggiornamento ( Sabato 12 Maggio 2018 14:01 )  

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