Lucia Scarcella
“BPA (Bloodstain Pattern Analysis)”
La verità di un'indagine non si perde necessariamente in un grande errore. Può dissolversi in una sequenza di imperfezioni apparentemente minime: un guanto utilizzato male, una traccia non protetta, un reagente poco conosciuto, una convinzione maturata troppo presto. Ci si perde nel fascino e nella "sperimentazione" di quella che è la verità personale dentro la lettura di “BPA (Bloodstain Pattern Analysis)” a firma di Lucia Scarcella che sceglie di osservare la scena del crimine anche da questa prospettiva: non soltanto attraverso ciò che può rivelare, ma attraverso tutto ciò che rischiamo di farle perdere. È decisamente un cambio di prospettiva importante. Il centro del libro non è infatti l'infallibilità della scienza forense, quanto la sua necessità di essere esercitata con metodo. Ogni strumento possiede limiti, ogni tecnica richiede formazione, ogni risultato deve essere inserito in un processo di verifica. Persino l'esperienza può diventare pericolosa quando genera automatismi e certezze non più sottoposte a controllo. Da qui nasce l'attenzione dedicata agli errori cognitivi degli operatori. È forse uno dei passaggi concettualmente più fertili dell'intero lavoro, perché sposta il problema dalla semplice procedura alla natura stessa dell'osservazione. Non guardiamo mai qualcosa da un punto completamente neutro: formuliamo ipotesi, riconosciamo forme, selezioniamo informazioni. In ambito investigativo questa inevitabile attività mentale deve però essere sorvegliata con particolare attenzione. “BPA (Bloodstain Pattern Analysis)” assume così quasi la forma di un'educazione alla cautela. La scena del crimine è un testo delicatissimo: prima di interpretarlo bisogna conservarne le parole. E prima ancora di cercare una verità bisogna fare tutto il possibile per non costruirne inconsapevolmente una falsa.
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