Simona Baldanzi, Figlia di una vestaglia blu
Fazi Editore, 2006
pp. 189, Euro 13,50
Figlia di una vestaglia blu, primo romanzo di Simona Baldanzi, già finalista del ‘Campiello Giovani 1996’ col racconto Finestrella Viola, è l’autobiografia di una ragazza della provincia fiorentina, cresciuta a Barberino di Mugello, in una famiglia di operai della Rifle, l’azienda di bluejeans che dalle nostre parti si pronuncia esattamente come si scrive.
E’ la storia della presa di coscienza dell’ingiustizia subita da intere generazioni costrette a lavorare otto ore al giorno di fronte a una catena di montaggio, senza avere speranze, ambizioni, senza lo straccio di un sogno. E’ un romanzo di formazione, benché la piccola Simona diventi molto presto cosciente del proprio stato, benché percepisca sin dalla tenerissima età quel politico che c’è nella vita quotidiana, in quella modesta penna biro regalatale durante la gita scolastica alla Rifle, metafora del premio di consolazione dato dal padrone al sottoposto.
Il racconto rintraccia le piccole discriminazioni subite già nell’infanzia, all’asilo dalle suore; e poi le felpe, gli eskimi, i pantaloni indossati come divise da tutti i bambini non agiati di Barberino, quegli abiti della Rifle che Simona Baldanzi ha cominciato molto presto ad odiare.
Attraverso una sceneggiatura costruita con una serie di squarci che si aprono fra fasi temporali diverse, come un complesso gioco ad incastro, scopriamo i rapporti familiari, le prime amicizie, la scuola superiore professionale, per arrivare alla scommessa dell’Università con le borse di studio prese per un soffio, in un paradossale regime fiscale in cui i figli di operai sono considerati quasi ricchi.
Infine la scoperta dolorosa di un mondo ancora più duro della catena di montaggio: quello dei minatori di Vaglia e di Scarperia, impegnati negli scavi per l’Alta Velocità, con stipendi miseri, in condizioni di sicurezza a dir poco oltraggiose, lontani dalle proprie famiglie, ridotti a dormire in lugubri container e isolati dal contesto sociale del Mugello. Simona Baldanzi, impegnata nelle ricerche per la sua tesi di laurea in Scienze Politiche, porta alla luce questo mondo a lei inizialmente ostile, e successivamente spalancato dall’apparizione di Pietro, quasi un nuovo Virgilio in questo eterno inferno che è il mondo del lavoro.
Pietro è Pietro Mirabelli, minatore e sindacalista, ostinatamente impegnato nella lotta per il riconoscimento dei diritti essenziali per sé e per i propri colleghi, col quale Simona inizia un percorso di amicizia e di solidarietà, da altri volgarmente frainteso, che li porterà assieme a organizzare un’iniziativa politica, oltre ad un appassionante viaggio in quella Calabria che lui per tanto tempo ha sentito così lontana.
Ma soprattutto ricorre l’immagine della madre, con la sua inseparabile divisa da lavoro, la vestaglia blu, quasi una camicia di forza, china sulla catena di montaggio a cucire i passanti dei bluejeans per una vita, finché la cassa integrazione e la mobilità non le daranno paradossalmente una nuova vita, fatta di letture, gite, di ballo liscio e lezioni di italiano.
Baldanzi parla del rapporto difficile con l’amatissima madre, due caratteri diametralmente opposti, eppure due spiriti così simili nella loro ostinazione: “Mia mamma non si trucca. Non mette fard, ombretti, mascara, cipria. Niente di tutto questo”. E anche la figlia, con la sua scrittura piana, dimostra di non perdersi in alambicchi linguistici, in giochi di prestigio, prediligendo uno stile contemporaneo, un idioma tagliente, talvolta aggressivo, senza mai un’ombra di autocompiacimento.
Figlia di una vestaglia blu è scritto in un italiano vivo, privo di gonfi arcaismi, quasi sempre efficace. A tratti, specie nelle prime pagine, il linguaggio appare sin troppo semplice, sfiorando un certo infantilismo, ma progressivamente prende corpo, nel suo andamento sussultorio e incalzante, e riesce a trovare un compiuto equilibrio tra il bisogno di chiarezza della narrazione e le esigenze figurative delle forme. Al contrario dei primi capitoli, stilisticamente troppo semplici, l’ultimo appare troppo retorico contrastando, per un eccesso di affettazione, con la grinta che distingue quasi tutta la narrazione.
C’è di tanto in tanto qualche imprecisione cronologica, qualche luogo comune (come quando definisce “spianata” la strada dei figli di impiegati), ma in fondo coerenti con lo spirito generale del romanzo: Figlia di una vestaglia blu non è frutto di un’attenta analisi razionale delle cose e degli eventi, ma è lo sfogo istintivo, appassionato, vigoroso, di chi sta rovesciando fuori, senza mistificazioni, un disagio, di chi sta confessando un magone economico, esistenziale, ma soprattutto sociale. E’ un’espressione sincera, non mediata, e per questo tanto più realistica, di una storia che ne contiene milioni e milioni: la storia di tutti quelli che, pur non avendo conosciuto la miseria, hanno percepito che i frutti del “progresso” sono stati destinati ad altri, che sono stati spartiti sulle teste di chi, per generazioni, ha lavorato in catena di montaggio o in miniera.
Figlia di una vestaglia blu è stato eletto libro del mese nel dicembre 2006 dalla giuria popolare, la più ampia in Italia, della trasmissione letteraria Fahrenheit di RadioRai3.
Simona Baldanzi ha dedicato il romanzo a Ignazio Carpentieri, suo professore delle scuole medie, scomparso qualche anno fa. Le due pagine scritte in suo ricordo sono, a nostro avviso, il passaggio più bello, più toccante, di tutto il libro, una piccola perla di perfezione linguistica, compiutamente drammatica, nella quale la capacità di emozionare si dimostra indissolubilmente legata all’irruzione di un evento inatteso, come un mosaico che solo una volta completo svela la verità angosciante del proprio disegno.
Giulio Gori - DEApress
Fazi Editore, 2006
pp. 189, Euro 13,50
Figlia di una vestaglia blu, primo romanzo di Simona Baldanzi, già finalista del ‘Campiello Giovani 1996’ col racconto Finestrella Viola, è l’autobiografia di una ragazza della provincia fiorentina, cresciuta a Barberino di Mugello, in una famiglia di operai della Rifle, l’azienda di bluejeans che dalle nostre parti si pronuncia esattamente come si scrive.
E’ la storia della presa di coscienza dell’ingiustizia subita da intere generazioni costrette a lavorare otto ore al giorno di fronte a una catena di montaggio, senza avere speranze, ambizioni, senza lo straccio di un sogno. E’ un romanzo di formazione, benché la piccola Simona diventi molto presto cosciente del proprio stato, benché percepisca sin dalla tenerissima età quel politico che c’è nella vita quotidiana, in quella modesta penna biro regalatale durante la gita scolastica alla Rifle, metafora del premio di consolazione dato dal padrone al sottoposto.
Il racconto rintraccia le piccole discriminazioni subite già nell’infanzia, all’asilo dalle suore; e poi le felpe, gli eskimi, i pantaloni indossati come divise da tutti i bambini non agiati di Barberino, quegli abiti della Rifle che Simona Baldanzi ha cominciato molto presto ad odiare.
Attraverso una sceneggiatura costruita con una serie di squarci che si aprono fra fasi temporali diverse, come un complesso gioco ad incastro, scopriamo i rapporti familiari, le prime amicizie, la scuola superiore professionale, per arrivare alla scommessa dell’Università con le borse di studio prese per un soffio, in un paradossale regime fiscale in cui i figli di operai sono considerati quasi ricchi.
Infine la scoperta dolorosa di un mondo ancora più duro della catena di montaggio: quello dei minatori di Vaglia e di Scarperia, impegnati negli scavi per l’Alta Velocità, con stipendi miseri, in condizioni di sicurezza a dir poco oltraggiose, lontani dalle proprie famiglie, ridotti a dormire in lugubri container e isolati dal contesto sociale del Mugello. Simona Baldanzi, impegnata nelle ricerche per la sua tesi di laurea in Scienze Politiche, porta alla luce questo mondo a lei inizialmente ostile, e successivamente spalancato dall’apparizione di Pietro, quasi un nuovo Virgilio in questo eterno inferno che è il mondo del lavoro.
Pietro è Pietro Mirabelli, minatore e sindacalista, ostinatamente impegnato nella lotta per il riconoscimento dei diritti essenziali per sé e per i propri colleghi, col quale Simona inizia un percorso di amicizia e di solidarietà, da altri volgarmente frainteso, che li porterà assieme a organizzare un’iniziativa politica, oltre ad un appassionante viaggio in quella Calabria che lui per tanto tempo ha sentito così lontana.
Ma soprattutto ricorre l’immagine della madre, con la sua inseparabile divisa da lavoro, la vestaglia blu, quasi una camicia di forza, china sulla catena di montaggio a cucire i passanti dei bluejeans per una vita, finché la cassa integrazione e la mobilità non le daranno paradossalmente una nuova vita, fatta di letture, gite, di ballo liscio e lezioni di italiano.
Baldanzi parla del rapporto difficile con l’amatissima madre, due caratteri diametralmente opposti, eppure due spiriti così simili nella loro ostinazione: “Mia mamma non si trucca. Non mette fard, ombretti, mascara, cipria. Niente di tutto questo”. E anche la figlia, con la sua scrittura piana, dimostra di non perdersi in alambicchi linguistici, in giochi di prestigio, prediligendo uno stile contemporaneo, un idioma tagliente, talvolta aggressivo, senza mai un’ombra di autocompiacimento.
Figlia di una vestaglia blu è scritto in un italiano vivo, privo di gonfi arcaismi, quasi sempre efficace. A tratti, specie nelle prime pagine, il linguaggio appare sin troppo semplice, sfiorando un certo infantilismo, ma progressivamente prende corpo, nel suo andamento sussultorio e incalzante, e riesce a trovare un compiuto equilibrio tra il bisogno di chiarezza della narrazione e le esigenze figurative delle forme. Al contrario dei primi capitoli, stilisticamente troppo semplici, l’ultimo appare troppo retorico contrastando, per un eccesso di affettazione, con la grinta che distingue quasi tutta la narrazione.
C’è di tanto in tanto qualche imprecisione cronologica, qualche luogo comune (come quando definisce “spianata” la strada dei figli di impiegati), ma in fondo coerenti con lo spirito generale del romanzo: Figlia di una vestaglia blu non è frutto di un’attenta analisi razionale delle cose e degli eventi, ma è lo sfogo istintivo, appassionato, vigoroso, di chi sta rovesciando fuori, senza mistificazioni, un disagio, di chi sta confessando un magone economico, esistenziale, ma soprattutto sociale. E’ un’espressione sincera, non mediata, e per questo tanto più realistica, di una storia che ne contiene milioni e milioni: la storia di tutti quelli che, pur non avendo conosciuto la miseria, hanno percepito che i frutti del “progresso” sono stati destinati ad altri, che sono stati spartiti sulle teste di chi, per generazioni, ha lavorato in catena di montaggio o in miniera.
Figlia di una vestaglia blu è stato eletto libro del mese nel dicembre 2006 dalla giuria popolare, la più ampia in Italia, della trasmissione letteraria Fahrenheit di RadioRai3.
Simona Baldanzi ha dedicato il romanzo a Ignazio Carpentieri, suo professore delle scuole medie, scomparso qualche anno fa. Le due pagine scritte in suo ricordo sono, a nostro avviso, il passaggio più bello, più toccante, di tutto il libro, una piccola perla di perfezione linguistica, compiutamente drammatica, nella quale la capacità di emozionare si dimostra indissolubilmente legata all’irruzione di un evento inatteso, come un mosaico che solo una volta completo svela la verità angosciante del proprio disegno.
Giulio Gori - DEApress
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