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Polanski è Trelkowski: la follia abita al 3° piano

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INQUILINO LOCANDINA

Ne “L’inquilino del terzo piano” Polanski si cimenta con la riscrittura acida dell’Hitchcock di “La finestra sul cortile” e, soprattutto, di “Psycho” sostituendo alla paciosità del mistero per famiglie dell’inglese-che-amava-le-bionde l’inquietudine dell’esule, dell’impiegato polacco a Parigi costretto a reiterare quasi ossessivamente la sua «cittadinanza francese» e a continuare a consumare al bar quel che il francesissimo patron gli ha messo davanti la prima volta ovvero una cioccolata calda (e Marlboro al posto delle Gauloises eternamente esaurite…).

A dirla tutta, Polanski finirà per riappacificarsi col maestro britannico più di dieci anni dopo grazie a “Frantic”, pellicola nella quale fioccano le citazioni ma quasi da controriforma nella sua filmografia, che non sa far altro che giovarsi di tante false partenze: un divo che non carbura, una esordiente che non convince, una vicenda senza vita già alla metà del film.

INQUILINO ALLA FINESTRA

Tornando a “L’inquilino”, la scelta di dare il suo volto al protagonista Trelkowski gli permette di trattare il tema del doppio in maniera davvero raffinata, l’autobiografia non è quindi affatto casuale, e gli permette per così dire di recitare in presa diretta e di causare un continuo eclatante rispecchiamento tra doppi, in un moltiplicarsi infinito dei piani: persino l’epilogo della vicenda sarà l’elevazione al quadrato dello spunto iniziale.

Quello che più inquieta, nel crescendo paranoico che travolgerà tutto, è l’apparente normalità del condominio dove il mite Trelkowski va ad abitare, occupando l’appartamento di Simone Choule, giovane donna che si è gettata dalla finestra. L’atmosfera è sì cupa e sgradevole ma contraddetta e stemperata da un velo di rispettabilità che ciascuno degli inquilini enfatizza ma che si sfilaccia mano a mano che presenze sempre più inquietanti prendono forma davanti agli occhi (o nella mente?) di Trelkowski stesso.

Se le scale del palazzo sembrano perdersi in un buio denso che inghiotte ogni cosa, come una quinta infernale, è il cortile o, meglio ancora, alla francese, la cour lo spazio dove le visioni del protagonista rimbalzano impazzite e qui non c’è James Stewart che tenga, non ci viene in soccorso neanche un’oncia di quel savoir vivre hollywoodiano che spesso riesce a stemperare i grumi delle anime inquiete.

INQUILINO SPECCHIO

Polanski decide di non tirarsi indietro e affronta le sue personali ossessioni (è appena tornato in Europa dopo i terribili fatti di Cielo Drive e il clamoroso successo di “Chinatown”) realizzando un film che è un accumulo letterale di paranoia, un dispositivo che esiste solo per caricarsi di un’energia insana pronta ad esplodere. Così sarà, già nel sottofinale, quando iniziano le autosuggestioni del protagonista, la sua lenta inesorabile discesa verso la follia sottolineata, ove ce ne fosse bisogno, più dai particolari in apparenza insignificanti che dagli snodi narrativi veri e propri: svegliarsi al mattino col viso truccato da donna senza sapere come sia accaduto; stare addosso ai suoi sudori freddi; il ritrovamento casuale di un dente dentro un buco di una parete dell’appartamento; riempire i silenzi della solitudine con immagini fuori scala che spingono al delirio. Le finestre sembrano moltiplicarsi e ognuna nasconde e svela al tempo stesso, in un girone dei dannati capace persino di trasformarsi in un’infilata di palchi teatrali. Le allucinazioni sono potenti, scuotono il povero Trelkowski e lo portano al crollo finale, al salto nel vuoto. Letteralmente.

Senza titolo

Come detto, troppi sono i rispecchiamenti che si susseguono, uno dentro l’altro e pochissime sono le pause (la stessa giovanissima co-protagonista Adjani finisce in realtà per essere chiamata in scena quasi a far da stacco tra i brani della storia), giusto quelle necessarie a noi spettatori per riprendere fiato e gettarci di nuovo a capofitto dall’ottovolante: definizione non casuale visto l’utilizzo nel film del braccio gru ‘louma’, per l’epoca vera primizia tecnica, che permette inquadrature arditissime e meravigliose fluidità per i piani sequenza che ricordano proprio la sensazione di percorrere le montagne russe.

E come sappiamo, finito un giro, le montagne russe ricominciano con la corsa successiva: l’arco narrativo si chiuderà, come già accennato, in maniera più che perfetta, nell’attesa distopica di un nuovo (im)possibile inizio.

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