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Salgado e la sua genesi

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SEBASTIÃO SALGADO E LA SUA GENESI: angoli di paradiso in un mondo di città

Al museo dell’Ara Pacis di Roma l’ultimo progetto del fotografo brasiliano


       

Sono andato a fotografare come semplice curioso; per vedere, prima di tutto, e poi per mostrare ad altri quel che mi aveva toccato nell’intimo.( Sebastião Salgado)

Quando siamo bambini, quando, per la prima volta ci sediamo attorno ai banchi di scuola e apriamo il sussidiario, troviamo, sotto i nostri occhi, l’immagine di quel pianeta sferico sospeso in un universo infinito.

La maestra ci prende per mano e ci trasporta indietro di millenni fino ad arrivare all’origine della terra, la Madre Terra che dona vita e nutrimento, rende fertile il terreno e permette agli uomini preistorici di cogliere i suoi frutti.

Ascoltiamo i racconti affascinati, pieni di curiosità; un innocente armonia ci lega con la natura che ci circonda, scoviamo ogni esserino, dalla lumaca alla formica, che abita il giardino della scuola.

Passano gli anni e da rotolarsi nel fango e saltare nelle pozze ci troviamo a camminare su quelle distese d’asfalto circondante da giganti di cemento, gettando a terra il mozzicone di sigaretta appena finito.

In quel preciso momento, Sebastião Salgado, con i suoi scatti in bianco e nero, ci obbliga a fermarci, a intraprendere quel viaggio ai confini dei continenti, a riscoprire le origini di quel mondo che abitiamo senza farci caso.

Genesi è l’ultimo grande lavoro del fotografo brasiliano, uno dei più grandi documentaristi del nostro tempo: è uno sguardo appassionato, teso a sottolineare la necessità di salvaguardare il nostro pianeta, di cambiare il nostro stile di vita, di assumere nuovi comportamenti più rispettosi della natura, di recuperare quell’armonia perduta.

Genesi è ricerca del mondo delle origini, di come ha preso forma, come si è evoluto, è esistito per millenni prima che la vita moderna accelerasse i propri ritmi e iniziasse ad allontanarsi dall’essenza della nostra natura. È un viaggio attraverso paesaggi terrestri e marini alla scoperta di popolazioni e animali scampati all’abbraccio del mondo contemporaneo”.

Così Léila Deluiz Wanick, compagna di una vita di Salgado e curatrice dell’esposizione in collaborazione con Roma Capitale, Contrasto, Zètema e Amazonas, ci invita a intraprendere quel cammino attraverso gli angoli incontaminati del nostro pianeta, intatti, quasi surreali ma che invece sono parte tangibile del nostro patrimonio dove la terra, gli animali, gli uomini vivono un’immacolata sintonia liberi dai condizionamenti di un progresso sfrenato e imperante.

Le 200 fotografie penetrano i cinque continenti: dalle foreste dell’Amazzonia, del Congo, dell’Indonesia ai ghiacciai dell’Antartide; dai deserti dell’Africa fino alle montagne del Cile e della Patagonia argentina. 

L’occhio è sorpreso, un’attrazione incontrollabile ci libera da ogni distrazione, gli scatti di Salgado catturano il nostro sguardo come quell’obiettivo che è riuscito a spingersi a due passi da un elefante marino della Georgia del Sud, da un albatro dal sopracciglio nero delle Isole Falkland che irrompe nell’obiettivo con le sue ali spiegate e la sua occhiata tagliente, da un branco di bufali che ignorava la presenza della silenziosa mongolfiera di Salgado proprio sopra di loro.

Madre natura si mostra in tutta la sua rara bellezza disegnando nei suoi paesaggi le linee e le parti organiche di un corpo umano. La sabbia del fiume Manambolo in Madagascar crea sinuose curve metamorfiche che sotto un alito di vento rimodellano i microscopici granelli plasmando ogni volta disegni diversi; l’acqua scorre nell’articolato intreccio di affluenti del fiume Dusty in Canada nutrendo, come sangue pulsante nelle vene, la terra che bagna.

La natura preserva le sue creature: il piccolo cratere davanti al vulcano Kamen  in Russia è protetto da pendici di 4.579metri che si ergono squarciando le nuvole intorno; il complesso canyotico del Parco di Bryce (USA) con le sue rocce sedimentarie, corrose dal vento e dalle piogge, svettano dritte e appuntite sorreggendo, come una colonna vertebrale, le pietre millenarie.

Salgado nel suo intenso progetto iniziato nel 2003 e durato nove anni ha trascorso mesi a stretto contatto con tribù indigene a testimonianza che vi sono popolazioni in totale armonia con gli elementi che sono riuscite a sopravvivere senza alterare il l’equilibrio della bilancia uomo-natura. 

La donna dalla pelle ebano e gli occhi marmorei allatta nel mezzo della foresta di Parà (Brasile) il suo piccolo mentre la terra nutre le piante che la circondano; due pescatori nel lago Piyulaga attraversano dolcemente, sfiorando con remi di legno la superficie, le sue acque. 

La tribù dei Boscimani in Africa si riunisce in una trance dance il cui ritmo frenetico indica che lo sciamano fa ingresso nel regno dei morti.

Mai l’obiettivo di una macchina fotografica si era spinto così vicino alle rare bellezze del nostro pianeta cogliendo la grandiosità affascinante delle sue creature; le cinque sezioni della mostra

-Pianeta Sud, Santuari della natura, Africa, grande Nord, Amazzonia e Pantanàl- ci trasportano così fino ai confini del mondo al cospetto di una fragilità naturale che tutti abbiamo il dovere di preservare.

 

 

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 18 Maggio 2016 09:13 )  

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