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Sanremo è Sanremo

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Quando finisce un Festival di Sanremo si rimane sempre come quando finiscono le feste, oppure se ne va una cara persona. Si rimane un pochino privi di una abitudine, o forse di una consuetudine. Certo è che Sanremo rimane sempre come una antica abitudine di tutti i tempi e di tutti i giorni. Difficile dire se nel corso del tempo questo bradipo musicale ha in qualche modo fatto un passaggio evolutivo. A sentire le canzoni di quest'anno si rimane all'incirca titubanti. Di un senso che forse non esiste più. Quello di una specie di canzone romantica o tardo romantica. Ma aggiungiamo anche quello della musica d'autore o tardo autoriale. Questo lascia perplessi, soprattutto perchè c'è tanto di sentito come è ovvio. Dopo più di 70 anni, una kermesse del genere non è che spesso l'immagine rarefatta di se stessa. Pertanto se vince il classical napolitano di Sal Da Vinci è proprio perchè siamo nell'onda di ritorno del tardo romanticismo.Melodico. Molto. Ma non solo il buon Da Vinci che fa questo da sempre nella sua coerenza, stupisce che Arisa, dotata di qualità non tanto italiche ma american style, non abbia osato con una canzone più adatta alle sue corde. Ovvero con una canzone che riprendesse quello swing primario, o anche quel suo personalissimo romanticismo un pò jazz che ha cantato in passato. Ma anche la Brancale è come se avesse voluto cambiare strada, prendendo quella che forse non è proprio nella sua definizione di vocalist pura e black. A parte ciò la messa di giovani fa tanto di doposcuola serale, di una forza insistente fra un melodismo generazionale ed una catena di luoghi comuni. Ve bene, ma si sa, Sanremo è il festival della canzone italiana. Ma come spesso succede rimane solo un'ombra della canzone del nostro paese. Rivedere facce stanche che avrebbero fatto meglio a stare a casa, non accorgersi di Patty Pravo sempre in linea con la sua lieve bellezza, concentrarsi su balletti e coretti ha reso questo festival alquanto antico. Su tutti però Ditonellapiaga ha fatto quello che pochi fanno durante le fiere, ha creato il mito dell'insuccesso. Infatti la sua canzone era destinata all'insuccesso, al mito stesso di esso. Ma lei con la grande ironia e professionalità che mantiene, ha fatto dell'insuccesso l'esatto contrario. Non poteva vincere, è già tanto che sia arrivata terza. Però che dire. Il Sanremo che vorremmo dovrebbe essere proprio così con tanti insuccessi, con tante canzoni che non abbiano la scontatissima linea melodica, quelle liriche di polverose licenze musicali. Il Festival che sarebbe incredibile sarebbe quello che portasse in se tanta impronta jazz. Tanto color da song. L'unico momento jazz vero e proprio è stato quello di Ditonellapiaga che assieme ad un vero crooner qual'e Tony Pitoni è riuscita a tingere di blu il festival di Sanremo. Meritandosi il premio per la migliore cover. Va bene siamo italiani, siamo romantici e mammoni (quante mamme quest'anno dietro ai figli) ma siamo anche quelli che hanno avuto autori come Bindi, Tenco, Jannacci, Dalla e via scrivendo. Ecco oggi sembra che proprio il tardo romanticismo di questo festivale, ci faccia sentire che la lezione di tanti autori si sia un pochino smmarrita. Il festival che vorremmo dovrebbe avere anche questa imprescindibile memoria. Ma i tentativi fatti quest'anno di pseudo cantautorato hanno fatto rimpiangere il passato. Forse si e forse no. Ma una cosa è certa: Sanremo è Sanremo. Per buona pace di Pippo Baudo!

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