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Gli Omini: tra Capolino e Famiglia Campione

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Quattro porte, soffitto basso e una sessantina di sedie per la messa in scena dello spettacolo teatrale La famiglia campione, ultimo parto drammaturgico messo a punto dalla compagnia teatrale e associazione culturale Gli omini. Gli autori sono Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi, Giulia e Luca Zacchini. Rotelli, Sarteanesi, Zacchini e Scirè sono gli attori che, in un'ora di recitazione, moltiplicano i personaggi di un'azione scenica che sa del buon quotidiano, filtrato da banalità e clichè. Quattro che fan per undici:attori multiformi, eclettici per una tragicomica ricostruzione artistica. E sono magistrali attori -magari non per fama ma sicuramente per perfomance- che cuciono il personaggio (con la sua duttilità, la sua gestualità) nella realtà, e non viceversa. Non siamo semplicemente alla Pergola, uno dei teatri più antichi d'Italia, ma nei meandri della sua storia; siamo nella Sala da ballo, quelle quattro mura in cui tradizionalmente gli attori si preparavano alla scena. Nei retroscena del “teatro granducale”, da Giovedì 24 Aprile a Sabato 26 vive una famiglia, quella Campione, frutto di una ricerca sul campo, di un'indagine socio-umanistica a caccia di storie, di un'esplorazione della forma-per-l'allestimento che si porta dietro la mole del suo significato. E' una congiuntura ritmica che non stona: vita e artificio sono indissolubilmente legati.

La rappresentazione scenica è infatti la sintesi del progetto Capolino, uno studio che la stessa compagnia ha portato avanti (http://www.gliomini.it/spet_pdf/La%20famiglia%20Campione.pdf). Con orecchie che sanno ascoltare e occhi addomesticati a guardare, attori e produttori tracciano una statistica di narrazioni e sguardi circa quell'istituzione comunitaria da cui tutto nasce: la famiglia. Scarpinando la realtà e la sua potenzialità narrativa, la compagnia si serve della finzione del palco, della maschera della rappresentazione solamente come strumento. E' un campione di famiglia che l'universalità dell'arte nella sua vocazione professionale riesce bene a generalizzare, al di fuori dei dieci metri quadri di “palco”, al di là di attribuzioni geografico-cronologiche strette.

Nonostante l'accento sia toscano, la produzione sa parlare a tutti perchè parla di tutti. Di tutti quei figli incazzati o bamboccioni o insicuri o progettuali e di tutti questi pargoli insieme; di tutti quei genitori frustrati o pieni di sé o medi tra l'uno e l'altro eccesso (ovviamente questo termine virtuoso è rappresentato dalla donna-moglie). Tra i due blocchi, un muro di incomprensioni, di comunicazioni a metà, compromessi dallo iato di esperienze che gli anni sanno condensare e la Modernità obbliga ad approfondire. Sono due caratteri che la Storia ci ripropone continuamente, quella di chi da la vita e di chi a modo suo sa portarla avanti, costringendo questi due modelli a confrontarsi senza sosta. Per una maturazione proficua, il prezzo è perdere se stessi e ritrovarsi in figure altre pronte a negoziare il proprio significato nel dialogo delle parti. La trama è sempre uguale eppure sempre diversa: la famiglia come luogo di scontro generazionale. Padri e figli si sputano in faccia le proprie regole, le proprie abitudini, le proprie debolezze, innescando un racconto-spettacolo che non costringe il pubblico a straniamenti formali. E' un pubblico divertito, terribilmente divertito.

Sembra di esser finiti nella tela a olio del Mangiatore di fagioli e di esser cullati qua e là dall'umorismo della pellicola di Tu mi turbi; un contorno rustico, grottesco, alla Caravaggio, accoglie colori e battute alla Benigni. Un mix di antico e moderno, per un risultato affascinante, un'estetica innovativa eppur ben radicata, antica e vera quanto la realtà stessa. Un progetto tenace e una rappresentazione efficace. L'unico gobbo possibile è la curvatura delle realtà viste, annusate, studiate. Uno spettacolo sacro e profano, quanto la fede della nonna, il suo rosario in bella vista, e la danza dionisiaca del figlio, la postura seria e quella arrogante di moglie e marito. Il canone narrativo obbedisce alle unità aristoteliche del tempo, dello spazio, dell'azione, e la recitazione sembra seguire il metodo Stanislavskji; perfetta è l'immedesimazione degli attori con le parti recitate("l'uomo-attore e l'uomo-personaggio vengano ad un certo punto ad essere uno solo", scriveva Luchino Visconti) e il pubblico con i personaggi predisposti.

Nel teatro epicizzato del secolo scorso, il significato è decentrato rispetto al primo piano della messinscena; solo la realtà risponde delle denotazioni montate nell'allestimento. Questa vocazione civile, quest'impronta neorealista, di analisi socio-culturale, umanistica nel suo riferimento essenziale all'uomo, viene riconosciuta dal Centro studi drammaturgici internazionali Franco Enriquez, con l'annuale Premio Franco Enriquez, consegnato dopo lo spettacolo con portamento informale dal presidente della Fondazione Teatro della Pergola e da una rappresentante del sopracitato Centro. Gli Omini saranno ospiti a Sirolo, nel mese di Agosto, per una premiazione “ufficiale”. Perchè ci siano sempre più affiliati tra chi fa dell'Arte un principio di bellezza realizzabile; perchè ci siano comportamenti più come riflessione e meno come modello; perchè ci siano più discussioni e meno classificazioni. Più coraggio e meno viltà. Perchè ci sia tutto questo, più Omini e meno mezz'omini omminicchi ruffiani quaquaraquà.

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 30 Settembre 2015 10:13 )  

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