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Un'esilarante commedia all'italiana: Un servo per due

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Un guazzabuglio di colori e suoni: è la messinscena di Un sevo per due, in programma fino al 9 Novembre per uno dei più antichi teatri italiani, laPergola di Firenze. La rappresentazione è un'interpreazione della goldoniana "Il servitore di due padroni", nell'adattamento inglese di Richard Bean.
Si avverte molto questo stile "britannico" nell'esecuzione della commedia, uno stile di belle epoque che addolcisce il contesto storico-sociale, gli anni '30, in cui la regia Favino-Sassanelli ambienta la vicenda. Cioè, gli squadroni fascisti che compaiono non sono mai "determinanti" per lo svolgimento della scena, se ne stanno sullo sfondo (come il quadro di Mussolini sulla parete di casa) o a passeggio, senza smorzare l'ironia, il ritmo dissacrante che Pierfrancesco Favino porta in scena con magistrale padronanza. Tripudio di applausi per lui da parte di una platea teatrale che non registra il tutto esaurito per la prima serata. Dirimpetto al pubblico in sala e ciabattando la scena, l'attore protagonista si situa al di là della quarta parete, creando momenti di intensa ilarità, quella risata che solo la spontaneità, l'improvvisazione gestita da un professionista sa far risuonare. Una commedia all'italiana calata nei quadri dipinti dal Dick Van Dyke di Mary Poppins, addensati di lineamenti puliti e passeggiate di un cavallo da giostra.

E l'Italia c'è proprio tutta: dagli accenti romagnoli al bell'imbusto avvocato Azzecca-garbugli, dal siciliano che parla del carcere di San Vittore fino alla Calabria come luogo di infernali epopee. C'è l'innamorato e il melodrammatico, che parlano e vivono l'amore. A parte questi topoi, luoghi comuni di cui la commedia non può far a meno per suscitare il riso, il cast è composto da professionisti eclettici che allestiscono il palco di balletti boogy adagiati dal repertorio jazz di un quartetto di violoncelli e chitarre a bordo campo. Sono i “Musica da ripostiglio”, una sorta di Orchestra Cetra incravattata e abbigliata dello stile del trio Lescano. L'andamento della commedia è divertente, esilarante e, come tutti i prodotti geniali, mai banale nella pronuncia delle sue battute. I personaggi si intersecano, interagiscono in questo prodigioso campo che è il palcoscenico, legati da un sottile filo rosso di amicitia, al di qua dei pregiudizi etero o omosessuali. Il teatro, antica esperienza estraniante, architetta più di due ore di equivoci, paradossi, luoghi comuni e travestimenti esemplificati come spesso accade dalla presenza nella trama della figura dei gemelli.
Il doppio, l'ambiguo, l'ancipite che il dramma riprende dalla vita stessa, esponendolo nella sua apparizione ipertrofica.

Dietro ci sono i Menecmi di Plauto e i servi ingordi buffi, impacciati, maldestri, di un'intelligenza curiosa, pratica, che agisce in sordina. Ma c'è anche Hollywood e la sua promessa di bonheur, di spettacolo e evasione che gli anni '50, il boom economico traghetteranno anche in Italia. La messinscena de “Gli Ipocriti” e “REP/Gruppo Danny Rose” è una performance che non stona utilizzando questo doppio registro stilistico: il classico si fonde e si intona con le luci della ribalta d'oltreoceano, il nostro Arlecchino si fa elegante e invita la sua Pulcinella in Costa Azzurra, questa bellissima attrice dalla capigliatura color fuoco che ricorda nelle pose la Sofia Loren di Pane,amore e fantasia. È la felliniana Dolce vita tinteggiata delle tonalità del cinema: l'amore, i rapporti umani, questo florilegio che rialligna il set delle nostre giornate alla tensione costitutiva delle nostre vite. 

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 30 Settembre 2015 10:11 )  

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