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"La finezza più grande del cervello sarà starsene zitti": Shaskeare alla Pergola

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Ci sono un palco e tre pareti ad accogliere la Popular Shakespeare Kompany e la recitazione, impeccabile per intensità e precisione, autorevolezza e commozione, di Silvio Orlando. La regia de Il Mercante di Venezia (in programma al teatro della Pergola fino al 21 Dicembre) è di Valerio Binasco, che sembra voler mischiare al copione cinquecentesco di Shakespeare pennellate anni '90, con costumi femminili fucsia super scosciati e smoking maschili con tanto di borsalino. L'attualità di un classico è indiscutibile, ma non tutti gli attori in scena reggono il peso di una commedia che ha in sé l'ecletticità di far commuovere: a tratti la recitazione appare stonata, innaturale.

Le scene si intersecano, in un'unità di luogo teatrale che vibra di piani immaginari e fa incontrare i personaggi mantenendoli a distanza, al di qua di invisibili quanto inflessibili muri di incomprensioni e ostilità. L'unico “tipo” di personaggio che però alla fin dei conti emerge dalle due ore e trenta minuti di esecuzione è l'uomo, organismo di complessa psichè mosso dall'egoistica passione tipicamente moderna dell'utile, dall'istinto di chiudersi in sette anziché misurarsi in meccanismi di simpatia, di amicizia. Seguire insomma il proverbio, citato, del “chi tutto chiude tutto ritrova”! La scena porta a palesare lo scontro, la diffidenza dei cristiani verso gli ebrei, un ebreo, lo Shylock interpretato dall'Orlando, sbeffeggiato, deriso per il suo atteggiarsi glaciale, burocratico e la sua professione usuraia. Ma è lo scontro con il diverso, in generale e anche la difficoltà di appellarsi o aderire in modo letterale alla legge, a rispettare un giuramento, un contratto che perde di plausibilità se alla base vien meno quel principio di umanità e imparzialità che lo ispirava. Molti luoghi comuni, quindi: l'ebreo usuraio e il cristiano che si crede superiore al popolo deicida.

Tuttavia nella scena finale del processo (punto di massima tensione e di bellezza per il monologo granitico di un Silvio Orlando che incanta), quando tutte le parti si trovano a discutere davanti al doge veneziano, l'unica voce che emerge è quella della vendetta e non della giustizia, della punizione, della morale “occhio per occhio dente per dente”. E da una tale prospettiva non si vedono differenze se a pronunciarsi sia un cristiano che si crede massimamente benevolo o un ebreo che almeno ha il coraggio di dichiarare che l'istinto è il signore dei sentimenti. I miagolii vocali che sono intercalari di Porzia, questa bionda imparruccata con le sembianze di Paris Hilton, ci raccontano la futilità, e anche la cattiveria, la falsità, dell'uomo che si chiude a riccio nel branco del conformismo senza esser più capace di vedere l'incoerenza tra quel che professa e quel che col suo atteggiamento invece dimostra. Cristiani ubriachi che deridono chi è diverso, straniero, respingendolo nella convizione e la fierezza di essere modello da seguire, ovvero da imporre e facendo abuso di parole prezione come giuramento e giustizia. Un contagio emozionale nel senso più triviale del termine.

La cristianitas europea miete tante vittime quanto i pregiudizi culturali che hanno la presunzione di legittimare quelle. È in generale il difetto di tutti i modelli che peccano di vanità. Lo scontro di cui scrivevo non riguarda quindi propriamente le confessioni religiose, e questa è una frontiera che si può ben leggere con la conversione, la riduzione di un ideale come la giustizia nel rispetto del contratto. È un conflitto più insidioso, e riguarda l'uomo in quanto tale, che si riempie la bocca con la vera bellezza come materia amorfa, selvaggia, pura, non ornamentale, eppure nel momento in cui il mercante di Venezia, che presta soldi senza chiedere interessi e accusa l'ebreo Shylock di sporcarsi con l'immondizia del denaro, alla fine chiederà al doge di giudicare l'usuraio con lo stesso metro assurdo con cui si chiedeva di giudicare lui stesso, con la differenza che rispetto alla libbra di carne voluta da Shylock pretende ragionevolezza. E in questa ragionevolezza altro non c'è che crudeltà, desiderio di vendetta, di ricambiare con la stessa moneta e di umiliare. Shylock, questo “giudavolo”, chiude un contratto che non ha nulla di ragionevole e lo fa per gioco, per lo schifo, l'odio di esser stato offeso, restando intrappolato nella solitudine che l'avidità, il dio denaro e più di tutti il conformismo (visibile immediatamente nella figlia di Shylock e nel Lancillotto) hanno cucito intorno a lui.

Viene da chiedersi dov'è il bene e il male, il confine che li demarca, in un copione che pare, come un gioco di tetris, funzionare con gli stessi malifici valori in vesti diverse. Forse la bellezza di un classico come Shakespeare sta proprio nella forza di scuoterci con interrogativi doppi, tripli, e centomila sfaccettature. E destinati a rimanere insolubili.

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 30 Settembre 2015 10:00 )  

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