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Immedesimazione e straniamento: Le Sacre, di Sieni

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Un pentagramma di note graffianti, incalzanti ritma la performance di undici ballerini al Teatro della Pergola (22-23 Ottobre). L'ideazione, la coreografia e la scena di Le Sacre sono di Virgilio Sieni, sulla scìa delle intuizioni di Vaclav Fomič Nižinskij, formatosi all'Accademia imperiale russa, coreografo del XX secolo a cui risale il progetto di Le Sacre, in scena quattro volte a Parigi sulla musica di Igor Stravinskij.

Lo spettacolo rientra nel calendario del Festival Umano_Cantieri internazionali sui linguaggi del corpo e della danza, un laboratorio messo in piedi dalla collaborazione tra il centro di produzione Cango e Teatro della Toscana.

Poco più di un'ora di danza contemporanea, un'avanguardia culturale, in cui l'umanità si impone al centro del palcoscenico, nell'affermazione sincera che celebra un rito esclusivamente umano. La gestualità di questo corpo di ballo si denuda dei fronzoli accademici del balletto, del repertorio, dei gran jetè e delle piroettes, per esprimere la natura umana nella sua radicalità. In questa essenzialità, si scopre la sacralità stessa di quella natura, instabile, incerta, umbratile, nella dimensione archetipica della sua esperienza, un'esplorazione che parte dall'interno.

La danza moderna, contemporanea nasce nel XX secolo come filosofia della contestazione dei rigidi schematismi del balletto classico, articolandosi come ricerca dell'armonia o semplicemente della posizione del corpo nello spazio. Non è una danza che si muove nell'uni-direzionalità, compiendosi piuttosto nella dispersione delle direzioni.

La performance diretta dal Sieni si compone di due atti.

Nel primo, sei ballerine si dimenano in un'esecuzione che pare sdoppiarsi tra l'individualità del proprio corpo e la relazione con gli altri corpi in scena, per un prodotto artistico complesso, intellettualistico, che annuisce a un livello onirico, futurista: le figure si smembrano per ricomporsi in un'armonia labile che non resiste alla dialettica della vita, al movimento. L'integrale nudità delle ballerine porta in scena l'inequivocabile centralità, pesantezza del corpo umano.

Una delle figure che più rimane impressa allo spettatore è quella che sviluppa una specie di ventaglio con le braccia delle ballerine che si alternano in una sincronia perfetta. Uno schema di movimento che fa pensare alla bellezza kantiana della Critica del Giudizio, e alla sua definizione della spontaneità che non può essere altrimenti e che tuttavia è libera.

Lo spettacolo è il tentativo di lavorare con una danza pura, attraverso il faticoso e violento attaccamento al suolo, alla terra, a ciò da cui tutto si origina. È l'esplicazione di alcuni dei principi della modern dance di Isadora Duncan, Marta Graham o Pina Baush.

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È un'umanità che non raffigura i tratti sublimi e leggiadri del divino, della sua ascendenza paradisiaca, ma che tende al verticale solo allineandosi orizzontalmente nella combinazione dei gesti, delle espressioni. Una simbologia che, dal Preludio al femminile sulla musica di Daniele Roccato, si approfondisce ne La Sagra della primavera (secondo atto) in cui la partitura musicale disorienta e ricongiunge le singolarità in una comunità primitiva di corpi scannerizzati eppure spontanei, svincolati da qualsiasi logica categorizzante.

L'arte, che non si esaurisce nei secoli di narrazione che ci precedono, rincorre il senso dell'essere umano e lo ritrova all'origine del creato, in un adattamento alla deformità che non si orna di grazia. Nel momento in cui il singolo si inserisce nel cerchio della vita, si perde nella logica del sacrificio, che nell'espressione della sua deformità trova la sua verità.

La musica incalzante detta gesti a tratti meccanici a tratti completamente aereiformi, costringendo lo spettatore a fare la spola tra l'immedesimazione e lo straniamento, sulla scìa dell'emozione e della riflessione. Lo sguardo è rapito dalle linee curvilinee della coreografia, in cui le figure sembrano improvvisare pur nella loro precisa sincronia fatta di gesti simili e dissimili allo stesso tempo. Gesti speculari che si scoprono complementari nel movimento.

In questa similarità differente si sintetizza la potenzialità dell'individuo che si esprime in gruppo, nelle relazioni con gli altri, non necessariamente “sociali”: accasciarsi e distendersi, rincorrersi, sfiorarsi, acchiapparsi in un confuso progetto di allineamento dei corpi, della pluralità nel perimetro indefinito di una scenografia allusiva, costruita intorno alle tonalità suggestive della vuota scenografia.

La rappresentazione di Sieni, che Tersicore benedirebbe, è un quadro di Matisse, del suo Le bonheur de vivre, in cui La danse è una parentesi affollata non di colori, non di luci, ma di gotiche eppur lineari sfumature, in cui la partitura del singolo ballerino sfuma nello schema primitivo della condivisione infondo della stessa condizione instabile, multiforme in cui si comprende e si riconosce l'umanità.  

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 27 Ottobre 2015 10:44 )  

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