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ARCHIVIOZETA: KAFKA E LE COLPE DEL '900

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Scandagliare il Novecento nelle sue albe livide - il Mann della Montagna Incantata prima, lo speculare Kafka da quest’anno, ripescarne le tragedie belliche, cogliere le angosce che attraversarono gli intellettuali che quelle tragedie decisero di scrutarle negli occhi, di additarcele con le bacchette di legno della messinscena, di non lasciarle inevitabili né, men che meno!, innocenti. Siamo colpevoli, tutti colpevoli di essere (stati) come siamo.

Scendere dal Berghof è l’esercizio che permette ad archiviozeta di cogliere ed isolare uno dei nuovi temi da proporre al pubblico, ovvero quello della questione ebraica che loro stessi dichiarano «così atrocemente all’ordine del giorno: tentare di riflettere a partire da quel mondo anteriore, scomparso, ma le cui polveri continuano a minare e contaminare il nostro presente».

vista insieme copy copy copy

In questo, nel tradurre universalmente una specifica identità, Kafka e la sua scrittura non fanno sconti. Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti, ossatura vivente della compagnia, lo sanno perfettamente e per questo decidono di accoppiare giudiziosamente due monumenti che stanno su dimensioni solo in apparenza diverse: accade così che, in uno strepitoso tramonto di agosto, in cima ad un passo appenninico, l’anima solennemente metafisica ma architettonica del cimitero di guerra tedesco della Futa si unisca quasi carnalmente ad un altro monumento, Il processo, che è però monumento fatto solo di carta in grado, prima ancora che una sciagurata promessa possa bruciarlo (e lode eterna al disobbediente Max Brod!, come ci ricorda Guidotti al compimento della serata), di giungerci implacabile, con le sue parole taglienti di ghiaccio.

Ci arriva oggi, e continuerà a farlo sempre, proprio per quel suo status di grande romanzo, di monumento letterario, di classico che ci interroga ogni volta che lo riprendiamo in mano, a qualsiasi pagina decidessimo di aprirlo, e ci rivela di noi e del mondo cose che non sapevamo di sapere. Per dire, quindi, che l’operazione è perfettamente riuscita proprio perché solleva il monumento letterario dal piatto della pagina scritta e lo lascia svettare in tre dimensioni, gli fa riempire fisicamente lo spazio saturando l’aria del tribunale ovvero della cripta del sacrario dove il finale si svolge, aria che ci viene letteralmente mostrata, incredibile ad immaginarsi, con perfetta dovizia dal personaggio interpretato da Diana Dardi e dalle sue allucinate bacchette. A chi lo spettacolo deve ancora vederlo - il completo sold-out è ulteriore segno dell’apprezzamento del pubblico - consigliamo vivamente di farsi guidare i sensi da quelle bacchette (e se amaste i particolari importanti, osservate le mani di Dardi manovrarle) che picchiettano il soffitto, tastando le travi dell’aula di tribunale dove Josef K può assaporare finalmente, in una surrealissima domenica mattina senza dibattimenti previsti, nemmeno il suo, la sua tangibile colpa che è la nostra.

kappa copy copy copy copy

Perché se quella “K” è la correzione verso il “noi” apportata all’iniziale “ich” che l’autore praghese aveva usato nella prima stesura del Processo (come esemplifica l’adesivo che viene consegnato all’ingresso e che ogni spettatore deve apporsi addosso, marchio ulteriore nella lotta finzione/realtà), ecco allora che il senso di tutto cambia completamente: dal destino individuale (e chissà?, se sono venuti ad arrestarmi qualcosa di terribile dovrò pure averlo commesso) alla responsabilità collettiva, passaggio che ci strappa di dosso per sempre il ricorso ad un qualsiasi alibi.

Talmente collettivo il destino, di tutti e di ognuno, che Sangiovanni e Guidotti sceneggiando decidono che K sarà interpretato da tutti gli attori uomini (Mattia Bartoletti Stella, Pouria Jashn Tirgan, Giuseppe Losacco e Andrea Maffetti) della compagnia: un pezzo ciascuno, K sono tutti.

Siamo.

kappa con dardi

Credo non serva qui mettersi a fare il riassunto del Processo, opera che tutti prima o poi hanno incontrato o incontreranno nella vita, specificando come e quando la compagnia archiviozeta l’abbia trasposta drammaturgicamente o di come si susseguano l’arresto dell’incredulo Josef Ka (alla tedesca) e il suo discendere nelle spire della paranoia che inizia già nella sua stanza e in quella della sua vicina che sarà messa a soqquadro dall’apparato repressivo, un ispettore e due guardie che faranno da Virgili nel traghettare Ka fin dentro l’abisso. Basti dire, come abbiamo accennato, che snodi narrativi ce ne sono e sono decisamente simbolici e significanti al tempo stesso. Si potrebbe forse aggiungere, come in una recensione ben temperata, della bravura senza limiti e senza freni che la compagnia dispensa al pubblico per quasi due ore intensissime di spettacolo. Ci accontentiamo invece, più modestamente, di riassumere tutto quel talento attoriale in una sola immagine, la più uguale delle altre: quella che arriva dal tono di voce (neanche le parole, basta il suono nudo) di Enrica Sangiovanni nella scena in cui cerca di sedurre l’imputato Ka: presenza totale, sguardo magnetico e ferino, vibrazioni sottilissime dell’aria davanti alla sua bocca, davanti a noi; uno dei grandi poteri del mestiere del palcoscenico, calamitarsi addosso il pubblico, fare dello spettatore un pezzo di sé.

Un particolare ulteriore al quale potremmo piuttosto far riferimento è, lo avranno notato gli spettatori più attenti, come il costume di Guidotti (il primo quadro scenico che si para davanti al pubblico) ricordi neanche troppo lontanamente l’estetica di Porco Rosso di Hayao Miyazaki, film che frequenta più o meno, e con esiti ideologici non troppo dissimili, gli stessi anni del Novecento.

porco bis 1 copy copy

Ah!, e stavo quasi per dimenticarlo: stai attento, caro pubblico, ché non passerà molto tempo, qui non ci son galli a cantare tre volte ma l’effetto è il medesimo, perché tu stesso sia dichiarato colpevole. Insieme a Ka sei in un’aula di tribunale pure tu, insieme a Ka hai guardato il secolo breve dallo spioncino della Storia e, malgrado tu abbia conosciuto sulla tua pelle il fuoco della tragedia più terribile, non hai saputo far altro che rinchiuderti nella tua fortezza.

Fortezza Europa dalla quale continui a guardare senza accogliere e senza muovere un dito - una bacchetta, verrebbe da apostrofarti - per le tragedie dell’oggi e per i tentativi atroci di cancellarne altre, di identità. A processo, a processo!

giudice

 

 

 

crediti fotografici: per le foto dello spettacolo copyright Franco Guardascione; per la foto dell'adesivo "K" Antonio Desideri; per il fotogramma di Porco Rosso copyright Studio Ghibli/Hayao Miyazaki.

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