Ieri presso il cinema Odeon si è tenuto un dibattito dal titolo “Where do we go now?” incentrato sulle conseguenze della primavera araba. Ha moderato l’incontro Giacomo Goldkorn, professore di geopolitica all’Università del Sacro Cuore di Milano ed ha aperto il dibattito esprimendo la sua preoccupazione per le fratture che sono emerse in Medio Oriente dopo le rivoluzioni: le dittature che sono state al governo per decenni costituivano un sistema politico stabile, appoggiato per questo anche dalle potenze occidentali.
I movimenti rivoluzionari hanno portato al crollo di questa stabilità e purtroppo spesso non sono abbastanza forti e organizzati per riuscire a creare un nuovo governo liberale. Goldkorn porta l’esempio dell’Egitto dove dopo il crollo del governo di Mubarak i “Fratelli musulmani” hanno mantenuto posizioni conservatrici tramite il compromesso con l’ex regime militare. I dubbi espressi dal professore riguardano l’origine di queste rivoluzoni, il loro controllo da parte di forze politico- economiche e il prevalere del conservatorismo da parte dei neogoverni all’indomani delle grandi manifestazioni.
Francesca Caferri, giornalista di Repubblica, risponde sostenendo che è difficile capire se le ribellioni sono state controllate in quanto i movimenti rivoluzionari hanno mostrato numerose divisioni interne, indizio della loro spontaneità. Per quanto riguarda l’ondata di conservatorismo, secondo la giornalista ha già vinto, in quanto la caduta delle dittature ha portato al “trionfo di chi c’è sempre stato”, come per l’appunto i “Fratelli musulmani” che sono sempre stati presenti sulla scena politica e sociale egiziana.
Anche Alfredo Marchi, inviato di Mediaset, ribadisce che ci siano numerose divisioni interne sia dei movimenti rivoluzionari che dei sistemi politici già consolidati (ad esempio la frattura tra estremisti e moderati all’interno dei “Fratelli musulmani”) ma mette in guardia dai crescenti movimenti fondamentalisti che stanno trovando l’occasione di emergere dopo il crollo delle dittature laiche. La strada per raggiungere la stabilità politica è ancora lunga ma è importante, sottolinea l’inviato, “far sentire la propria voce per mettere in moto il meccanismo della democrazia”.
Goldkorn chiude il dibattito evidenziando che il passo più importante e difficile per i paesi mediorientali sarà ripartire in maniera equa le ricchezze dei paesi tra i cittadini, se ciò non dovesse accadere non ci sarà ne’ stabilità politica ne’ sociale.
I movimenti rivoluzionari hanno portato al crollo di questa stabilità e purtroppo spesso non sono abbastanza forti e organizzati per riuscire a creare un nuovo governo liberale. Goldkorn porta l’esempio dell’Egitto dove dopo il crollo del governo di Mubarak i “Fratelli musulmani” hanno mantenuto posizioni conservatrici tramite il compromesso con l’ex regime militare. I dubbi espressi dal professore riguardano l’origine di queste rivoluzoni, il loro controllo da parte di forze politico- economiche e il prevalere del conservatorismo da parte dei neogoverni all’indomani delle grandi manifestazioni.
Francesca Caferri, giornalista di Repubblica, risponde sostenendo che è difficile capire se le ribellioni sono state controllate in quanto i movimenti rivoluzionari hanno mostrato numerose divisioni interne, indizio della loro spontaneità. Per quanto riguarda l’ondata di conservatorismo, secondo la giornalista ha già vinto, in quanto la caduta delle dittature ha portato al “trionfo di chi c’è sempre stato”, come per l’appunto i “Fratelli musulmani” che sono sempre stati presenti sulla scena politica e sociale egiziana.
Anche Alfredo Marchi, inviato di Mediaset, ribadisce che ci siano numerose divisioni interne sia dei movimenti rivoluzionari che dei sistemi politici già consolidati (ad esempio la frattura tra estremisti e moderati all’interno dei “Fratelli musulmani”) ma mette in guardia dai crescenti movimenti fondamentalisti che stanno trovando l’occasione di emergere dopo il crollo delle dittature laiche. La strada per raggiungere la stabilità politica è ancora lunga ma è importante, sottolinea l’inviato, “far sentire la propria voce per mettere in moto il meccanismo della democrazia”.
Goldkorn chiude il dibattito evidenziando che il passo più importante e difficile per i paesi mediorientali sarà ripartire in maniera equa le ricchezze dei paesi tra i cittadini, se ciò non dovesse accadere non ci sarà ne’ stabilità politica ne’ sociale.
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