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Hasan Atiya al Nassar - poeta

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L'Ultimo pianto di Ur -   Hasan Atiya al Nassar - pubblicato 9.7.1991

 

Mi è sembrata la terra dei Sumeri spogliata dei suoi fiumi, nuda.
Mi ha avvicinato la terra d’Iraq, tradita, già vogliosa di fiori seminati dai propri cari.
Ho udito le tenebre che difendono i miei morti, nel mio sangue.
Danza e canti all’alba, per un addio eterno, per addormentare il mio sogno,
cresce e muore il fuoco.
Come è bello, meraviglioso il Mediterraneo,
non ha memoria dei defunti.
Fratello, non camminare oltre
perché il cimitero del mare ti aspetta.
Fango salato, marcio,
il grano spezzato lascia spighe mai più fertili.
Femminilità improduttiva.
Ho visto sudari, come camicie appese a un filo,
aprirsi sotto i raggi di una luna argentata
che spinge il tramonto
verso l’isola innocente che nessuno ha mai calpestato con lo stivale,
di quelli che indossano i militari che stanno arrivando.
Spuntano ombre di contadini meridionali,
reliquie di corpi che vagano nel fango dell’Iraq.
Così terminano le acque d’Iraq come termina la luce della luna d’argento.
Avrei voluto vedere le donne vergini quando liberano dal loro ventre
bambini che stringono in mano coltelli di marmo.
Avrei voluto ascoltare il pianto del Sud, come fanciulli smarriti sul valico montuoso.
Ho ascoltato sorrisi bruciare lo scandalo del fuoco,
tra il sangue e il fango di Ur traditrice, come la donna che ci inganna sin dall’inizio
prima di abbandonarci sul crocevia della sentiero.
Chi non ha conosciuto Ur, Abramo, Gelgamesh, Hasan al Nassar, non può capire cosa sia la sofferenza.
Tu sei Adamo nella luce cieca e la vita che hai avuta non è uguale a quella di tutti.
Un’altra vita persa nella battaglia perduta.
Mi sono sembrate le stelle che tradiscono come vergini stuprate sotto
un tessuto della notte lunare.
Nessun volto assomiglia mai al profilo della luna.
Le vergini liberano fanciulli che tengono ancora in mano coltelli di marmo.
Ho visto coltelli galleggiare sopra l’Iraq

nudo d’acqua spogliato
nudo di valli di fango, terra sabbia, maiolica,
si sono scontrati alberi con altri alberi
innamorati con altri innamorati
poeti con altri poeti
piante con altre piante
erbe con altre erbe:
non saranno più vivi
Ma ora è morto l’inno, il canto di una collina vicina,
perché i sogni terminano con violenza.
Tristezza nei volti quando inizia il litigio.
Tristezza nei volti nella notte sumerica,
quando ci sarà il canto
trionfale, inno alla gioia.
Vi dico: i tamburini devono conservare il silenzio.
Avrei voluto non ascoltare un’onda triste.
Certo, i grembi gonfi andranno
e torneranno presto al fango di Babilonia.
Porteranno cadaveri di ghiaccio.
State tranquilli, io vi dico, fate calmare la vostra voce, che la torre di Babele inizia a prendere fuoco,
si stringe la sua cintura e risorgono i morti di Ur.
Figlia di Ur, dove vaghi? ***
La vita che tu cerchi non la troverai. Riempi il tuo ventre di bambini.
Ti dovrò dare vesti per il tuo corpo, pane e cibo, per la tua verginità.
Tu sei un braciere che si estingue nel gelo, una porta che non sostiene il vento e la tempesta.
Per tutta la vita ti seguirò come straniero, passo a passo. Come un’ombra sconosciuta.
Non voglio sentirti come un serpente che scivola sul mio corpo.
Non ti devi avvicinare dove io sono, dove io vado non devi andare
Dove io entro non devi entrare.
Io ti seguo passo dopo passo, uomo di frontiera stanco di un’altra notte senza frutti.
L’amore è duro, rigido, nudo.
Ebbene, sono già cadute gocce d’acqua.
Pioggia acquazzone caduta sul grano spezzato,
su un Iraq quieto
di fango sepolcrale si è alzato nel buio silenzioso a coprire il mio corpo
a uccidermi lentamente.
Il fango sepolcrale sta camminando come un lupo.
Io vi stringo come un fiato o grido: perché l’amore era duro anche nel sogno.
La terra tra due fiumi è sembrata spogliata della sua acqua, caduta, sconfitta, crollata.
Ho detto addio all’Iraq, ho udito l’inno di Ur traditrice.
Per la battaglia, l’incendio si alzerà fra poco.
È caduta, è caduta Ur la grande,
il paese che è come vuole essere.

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 04 Ottobre 2023 11:16 )  

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