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La trappola

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Nell'ultima settimana le tragiche notizie dalla Turchia ci raccontano di morti e feriti. Due attentati: uno ad Ankara  e, ad una settimana di distanza, quello nel centro di Istambul. La strategia del presidente turco Erdogan di fronte a tali eventi sembra chiara: attribuire ogni responsabilità alla sinistra e al PKK. Poco importa se fondata, l'importante è fornire un'immediata giustificazione ai bombardamenti che avvengono contro la popolazione curda. Puntualmente, poi, arriva la notizia della rivendicazione da parte dell'IS o di qualche altro gruppo armato, ma non del PKK.

La "guerra" condotta dalla Turchia appare sempre più lontana da una guerra contro il terrorismo. Anzi, logicamente, sembra una guerra contro chi effettivamente combatte il terrorismo, contro gli unici che hanno portato avanti quell'intervento di terra contro l'IS che le potenze mondiali non osano sferrare. Tutto ciò è possibile non solo per la spregiudicatezza del presidente turco, ma anche per l'incapacità, o l'assenza di volontà, da parte delle potenze occidentali di fronteggiare il despota di Ankara. La stessa questione dei migranti risulta centrale per comprendere la capacità di Erdogan di ritagliarsi margini di azione sempre più ampi sia contro la causa del Kurdistan sia, sul fronte interno, per consolidare il proprio potere.

L'UE si ritiene costretta a trattare per evitare un'"invasione" di immigrati provenienti dalle coste turche. Secondo la strategia "one in-one out",  all' ingresso di un migrante sul suolo europeo, un'altro deve essere "gentilmente" accompagnato fuori. In poche parole una straegia volta a mentenere uno "status quo", a creare un circolo virtuoso per il ricatto di Erdogan, pronto a minacciare e inondare le coste europee di migranti al primo cenno contrario ai suoi piani in Medio-Oriente. 

Tutto ciò risulta possibile in un contesto internazionale stretto nelle maglie della competizione imperialista tra gli Stati Uniti, ai quali il califfato non ha portato altro che benefici, di qui il loro scarso impegno nella lotta al terrorismo rispetto al "glorioso" passato contro la minaccia islamica, la Russia, che vuole mantenere le proprie roccaforti strategiche in Siria, quella navale di Tartus e quella area di Latakia, senza tralasciare la Cina, la cui ascesa e penetrazione economica risulta centrale per comprendere l'inasprimento e il sempre maggiore ricorso alla guerra caratteristico, almeno, degli ultimi cinque anni.

E' alla luce di questi fatti che le categorie per interpretare il continuo ricorso ai conflitti armati da parte delle potenze mondiali non sono ricercabili nell'informazione mainstream che si presta tanto ai proclami di Erdogan contro i curdi quanto alle retoriche emergenziali dei leader politici, ansiosi di consolidare i rispettivi fronti interni in vista di un continuo inasprirsi della competizione internazionale. E',quindi, sempre più impellente la necessità di approfodire  e di uscire da questa trappola in cui siamo stretti per non dare effettivamente appoggio al terrorismo e  sostenere invece coloro che il terrorismo lo combattono da vero.

 

 

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