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Chi è davvero Aung San Suu Kyi?

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Chi pensava che nella ex Birmania (ora Myanmar) le cose sarebbero cambiate con l’avvento al potere del premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, si sbagliava di grosso. Anzi, si parla addirittura con insistenza di una sua presunta responsabilità nel genocidio dei Rohingya.

Nel dicembre 2019, dinanzi alla Corte internazionale di giustizia, la leader birmana ha difeso le forze armate del suo paese contro le accuse di genocidio e di violazione della Convenzione del 1948 sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio a danno del popolo Rohingya.

Negli oltre 30 minuti di discorso, Aung San Suu Kyi non ha mai neppure usato il termine Rohingya, come puntualmente fanno tutti i funzionari ed esponenti del governo birmano. La decisione di non pronunciare questa parola è un forte segnale del fatto che la leader ed il governo rifiutano di riconoscere l’esistenza di questa etnia e dei suoi diritti. La passività, il giustificazionismo e l’impassibilità della donna dinanzi al dramma dei Rohingya porta a riconoscere solo due possibilità: o Aung San Suu Kyi è stata del tutto indegna della fiducia e della stima che tutto il mondo le ha tributato durante e dopo i 20 della sua segregazione, oppure, e più probabilmente, è un ostaggio del paese che essa stessa rappresenta. Al momento non è dato sapere se è responsabile o meno della terribile accusa di genocidio, ma di certo Aung San Suu Kyi non può difendere i Rohingya perché non può difendere la Birmania ed in primo luogo se stessa.

La leader appare infatti essere stata molto più libera durante i suoi venti anni di prigionia di quanto non lo sia oggi.

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