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Myanmar e il suo fragile futuro

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L’INCERTO  FUTURO DEL MYANMAR

Il Myanmar  torna di nuovo sotto il tallone dei militari, che con il colpo di stato tentano di  soffocare la faticosa e fragile transizione democratica guidata da circa un decennio da Aung San Suu Kyi. 

Il 1 febbraio 2021 l’esercito ha preso il potere con la forza: ha arrestato i principali leader del partito di maggioranza, tra cui Aung San Suu Kyi,  di fatto il capo del governo, ha dichiarato un anno di stato d’emergenza, ha interrotto le linee telefoniche nella capitale Naypyitaw e nella città di Yangon, e ha sospeso le trasmissioni della televisione di stato. 

A guidare il golpe è stato il capo delle forze armate birmane, il generale Min Aung Hlaing, che in seguito ha assunto il ruolo di capo del governo. 

Non a caso la manovra dei militari è avvenuta nel giorno in cui si sarebbe dovuto riunire per la prima volta il nuovo Parlamento, dopo le elezioni di novembre 2020, vinte dalla Lega nazionale per la democrazia (NLD), il partito di Aung San Suu Kyi, e perse dal Partito per la solidarietà e lo sviluppo dell’Unione (USDP), sostenuto dai militari. Dopo le elezioni, i militari avevano contestato i risultati accusando la NLD di brogli, e negli ultimi giorni il clima si era fatto particolarmente teso, quasi a far presagire una presa di potere non nuova sotto il cielo del Myanmar. 

Purtroppo non è la prima volta che questo accade. 

Nel corso del ventesimo secolo l’esercito, chiamato Tatmadaw, ha tolto il potere a governi democraticamente eletti due volte, reprimendo spietatamente i movimenti filodemocratici. 

È abituato a comandare. Quando avevano ceduto il potere nel 2011, i militari avevano concepito una peculiare e ibrida “democrazia fondata sulla disciplina”, mentre la costituzione che hanno scritto e fatto approvare proteggeva gran parte dei poteri dell’esercito. Il Tatmadaw ha continuato a essere al di sopra della legge, e i suoi rapporti con l’amministrazione di Suu Kyi sono rimasti fragili, nonostante la leader dell’Nld sa andata in soccorso dei generali alla Corte di giustizia dell’Aja alla fine del 2019, quando l’esercito era stato chiamato a rispondere dell’accusa di genocidio contro i rohingya, la minoranza musulmana perseguitata nello stato birmano del Rakhine.

Infatti già nel 2011 quando l’esercito aveva accettato di mettere fine a quasi cinquant’anni di regime militare, aprendo la strada a un governo civile, c’era molto  scetticismo sulla sua volontà di cedere davvero il potere. 

Quando ha finalmente permesso alla Lega nazionale per la democrazia (Nld) di Aung San Suu Kyi di formare un esecutivo dopo la vittoria elettorale nel 2016, ha comunque mantenuto un potere considerevole. Ma non, evidentemente, quanto avrebbe voluto.

Di fatto la costituzione birmana garantisce all'esercito grandi poteri (per es. il 25% dei seggi in Parlamento e ministeri chiave come quello della difesa) anche dopo la transizione democratica.

Aung San Suu Kyi ha quindi sempre dovuto tenere conto dei generali, anche per questo ne aveva difeso l'operato nella campagna contro i Rohingya, considerata a livello internazionale un genocidio.

Dopo il golpe, l’arresto di Aung San Suu Kyi  ha suscitato una forte reazione nel paese dove la leader è molto amata, e sentita dalla popolazione come una delle figure più significative nel sostenere il processo democratico e la fine della dittatura militare.  The Lady, come viene chiamata, per il suo impegno politico ha trascorso 15 anni agli arresti domiciliari e ha vinto il premio Nobel per la Pace, e portato la questione birmana sugli scenari internazionali.

A seguito della sua liberazione, nel 2010, è diventata capo dell’opposizione, e infine leader di fatto del Myanmar, dopo la vittoria alle elezioni del 2015, le prime davvero libere in 25 anni. Nonostante la sua  popolarità però,  negli ultimi anni aveva ricevuto  critiche dall’estero perché il suo governo, che in parte ha continuato a dipendere dal potere dei militari, aveva dapprima ignorato e poi difeso la persecuzione della minoranza musulmana dei Rohingya.

Questa volta la popolazione però non ha accettato supinamente il golpe militare, e seppure in un paese abituato a sanguinose repressioni, i residenti sono scesi in piazza nelle prime ore del giorno per "cacciare i demoni" (i soldati) battendo su pentole e padelle e le proteste stanno proseguendo dal 2 febbraio, dando luogo a manifestazioni con una grande partecipazione, che sono state brutalmente represse dai militari.

Sono tanti i volti della protesta contro il golpe del primo febbraio che sfilano per le strade di Yangon  mostrando i cartelli, intonando slogan: ci sono le "principesse" che indossano abiti lunghi, di tulle, con il corpetto ornato di fiori: ''vogliamo dimostrare che anche le donne stanno partecipando alla protesta contro il golpe militare. Pensiamo che questi costumi siano il modo più evidente per mostrarlo'', ha detto una ragazza scesa in piazza al 'Frontier Myanmar'. Ci sono le reginette di bellezza con le corone in testa e la fascia da miss, poi ci sono gli unicorni, i fantasmi, i cosplayer, i lottatori di arti marziali, i monaci, i supereroi, e le decine di migliaia di persone  scese in piazza in tante città dopo il raid notturno contro la sede del partito di Aung San Suu Kyi, come azione dimostrativa del pugno duro dei generali golpisti a fronte degli appelli a ristabilire i diritti democratici. 

 Contro i manifestanti si è espressa la classica repressione di regime, sono stati usati anche cannoni ad acqua e gas lacrimogeni e una donna è ricoverata in ospedale con una ferita grave alla testa. 

La comunità internazionale si è espressa contro le repressioni in modo piuttosto tiepido, tenendo presente anche i profondi interessi economici che si muovono in questa situazione. Non a caso la Cina che è stata l’attore esterno più significativo nei principali eventi politici ed economici del Myanmar degli ultimi anni, a cominciare dagli investimento economici,  ha assunto una posizione neutrale sul golpe evitando qualsiasi giudizio politico o morale su di esso. Infatti per Pechino, il Myanmar rappresenta un collegamento chiave, offrendo non solo l’accesso tanto desiderato all’Oceano Indiano, ma anche un collegamento sia con il sud che con il sud-est asiatico. E Suu Kyi, avendo bisogno di assistenza e investimenti stranieri per mantenere le sue promesse elettorali di progresso economico, non ha avuto altra scelta che rivolgersi a Pechino.

Gli Usa con Biden invece hanno preso posizione contro  il colpo di Stato e hanno criticato i nuovi leader militari per aver respinto la volontà elettorale del popolo. 

Mentre l’Occidente ha sostanzialmente voltato le spalle al governo del Myanmar dopo la crisi dei rifugiati Rohingya nel 2016-2017, 

Nonostante  la complessità economica e sociale i birmani oggi hanno alle spalle cinque anni di democrazia, e non sembra vogliano tornare ai tempi  della giunta militare. “Si sono appena spalancate le porte verso un futuro molto diverso”, ha scritto lo storico birmano Thant Myint-U su Twitter.

Ma, oggi più che mai, il processo di democratizzazione sembra una fragile architettura che rischia di non stare in piedi,  minacciata da più fronti: una possibile riattivazione di uno scontro etnico-identitario, una nuova spinta verso l’autonomia secessionista, oltre al pericolo  di innescare una conflittualità interna che può  minare l’intera stabilità regionale in gran parte del Sud-est asiatico e al confine meridionale cinese.

In quest’ottica non è chiaro se il golpe del 1 febbraio è di un ultimo colpo di coda del regime vecchio come il generale Than Shwe o un nuovo, lungo  periodo buio. 

FONTI

 

https://www.internazionale.it

https://www.ilpost.it

https://www.rainews.it

https://www.ilfattoquotidiano.it

https://www.repubblica.it

 

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