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I dramma del Congo: Una terra senza pace

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IL DRAMMA DEL CONGO: UNA TERRA SENZA PACE

Lunedi 22 febbraio l’agguato e l’uccisione dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci, e dell’autista Mustapha Milambo avvenuto nella provincia di Kivu Nord, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), ha attirato l’attenzione mondiale su un angolo di mondo, che in pochi saprebbero collocare nella carta geografica. Eppure fa parte di un’ampia area a est del paese in cui da molti decenni ci sono guerre, conflitti etnici e invasioni territoriali da parte degli stati confinanti.

L’immensa riserva di minerali e oro situata nella regione di Kivu, al confine con Uganda, Burundi e Ruanda, di cui Goma è capoluogo, fa gola a molti.  Le maggiori risorse naturali dell’intero Paese sono concentrate in questa rigogliosa zona, in prossimità del Parco nazionale dei Vulcani Virunga, area di transito col Ruanda. Qui Imperversa il contrabbando di minerali in contrapposizione a uno stato di miseria dilagante e dello sfruttamento della sua stessa popolazione.

E’ infatti molto complessa e conflittuale la storia della attuale Repubblica Democratica del Congo, il secondo paese per estensione territoriale in Africa e forse  il più ricco per risorse del suolo: minerali e agricole; popolato da 90 milioni di abitanti su un territorio grande quasi quanto l’intera Europa occidentale, la cui capitale  Kinshasa, nell’estremo ovest del paese, dista da Goma, la città vicina al luogo dell’eccidio, oltre 1.500 km di strade disastrate.

Dell’ attacco contro il convoglio su cui viaggiava la delegazione di Attanasio non sappiamo ancora abbastanza, per ora non è stato rivendicato, ci sono numerose ipotesi sul possibile autore: da gruppi ribelli di secessionisti ruandesi, a gruppi integralisti, che da qualche anno hanno fatto il loro ingresso nel paese, o altre bande armate contrastanti di difesa etnica.

Ma alla radice delle molteplici tensioni c’è l’instabilità, lo scarso controllo da parte dello stato e la frammentazione della regione che hanno origine nella storia della RDC e sono legate alle sue eccezionali ricchezze minerarie. In tutta la zona orientale del paese, infatti, si trovano alcuni dei giacimenti più grandi del mondo di rame, cobalto, zinco, alluminio, diamanti e oro. Inoltre alcuni di questi minerali sono difficili da trovare altrove, ed essenziali per processi produttivi molto importanti nelle economie moderne.

Si può dire che dai tempi della dominazione coloniale di re Leopoldo II in poi, passando per il controllo diretto del Belgio (1908-60), fino all’indipendenza, raggiunta il 30 giugno 1960, le popolazioni non abbiano conosciuto altro che vessazioni e soprusi, da coloro che li hanno governati,

Dopo le prime elezione libere nel 1960 seguì un periodo di conflitti interni, finché nel 1965 Mobutu prese definitivamente il potere, sostenuto dal Belgio ma soprattutto dagli Stati Uniti che, in piena Guerra fredda, videro nell’anticomunista Mobutu un alleato. Mobutu rinominò il paese Zaire e lo governò in maniera dittatoriale, reprimendo con violenza il dissenso e istituendo un culto della personalità, fino allo scoppio della Prima guerra del Congo, che diede inizio a una lunga serie di conflitti durati praticamente un decennio.

Questi conflitti interessarono prevalentemente l’est del paese, sia per la sua ricchezza mineraria sia per la sua posizione geografica, al confine con Uganda, Ruanda e Burundi, tra gli altri.

All’inizio degli anni Novanta, iniziarono a cambiare le priorità degli alleati esterni e, grazie al coinvolgimento di società civili sempre più mobilitate, si cominciò a chiedere maggiore democrazia, buon governo Mobutu tentò la carta di   un riformismo di facciata, ma fu in realtà incapace di affrontare le complessità delle questioni interne come il controllo e la gestione delle risorse, e la sicurezza.

Nel 1994 il genocidio in Ruanda , in cui morirono centinaia di migliaia di persone in gran parte di etnia Tutsi, fu l’ennesimo innesco di un conflitto che ha visto migliaia di vittime e convolse vari popolazioni di diversa etnia per il controllo delle immense risorse.

La Seconda guerra del Congo finì nel 2003, quando tutte le parti belligeranti erano ormai stremate, e dopo un lungo negoziato favorito dall’ONU. Nella RDC fu stanziata la più grande missione di Caschi blu del mondo, composta da 18 mila soldati. La guerra fu violentissima, si stima che siano morti tra i due e i cinque milioni di persone, numeri che ne farebbero la guerra con più vittime dai tempi della Seconda guerra mondiale. Moltissime di queste vittime furono civili, coinvolti in operazioni di razzia, stupri di massa e massacri.

Nella RDC fu istituito un governo di transizione e, dopo alcuni conflitti interni, nel 2006 Joseph Kabila vinse le elezioni, considerate abbastanza libere dagli osservatori internazionali.

Ma i conflitti interni non finirono e continuano fino ad oggi, questi sono soltanto i conflitti più noti e importanti che interessano l’est della RDC, ciascuno dei quali ha contribuito a generare instabilità oltre a migliaia di sfollati e gruppi armati che si contendono il controllo di aree del territorio, mantenendo in alcune zone una situazione di conflitto permanente. Oltre alle ingerenze degli stati confinanti e di gruppi armati provenienti dall’estero, sono attivi e numerosi gli uomini in conflitto.

Questo ci fa capire come la situazione e la vita in Congo sia a rischio continuo, a causa di vari contingenti, che forse per noi è anche difficile da capire. Però, non è superfluo ricordare che - nonostante le prime elezioni parlamentari libere del 2006 - abbiano fatto sperare in un lento processo di democratizzazione, il Congo, ha continuato a soffrire sotto gli occhi delle grandi potenze che continuano a spartirsi la sua ricchezza.

Il mondo intero, lontano e indifferente si trova spaesato davanti ad un conflitto tanto profondo, ininterrotto e rimosso, che ci lascia sconvolti e turbati, quando le vittime dell’ennesimo attentato appartengono al nostro contemporaneo. Nell'attiale contesto l’attacco che ha ucciso l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, conosciuto come il “diplomatico buono”, l’italiano che insieme alla moglie, Zakia Seddiki (fondatrice dell’associazione “Mama Sofia”), che partecipa a progetti umanitari ricevendo il premio internazionale “Nassiriya per la Pace”, ha ricordato al mondo l’instabilità e la conflittualità cronica di un paese "democratico".

In questa caotica situazione viene da chiedersi quanto possa essere difficile distinguere nella faccia pulita di Attanasio, un diplomatico portatore di civiltà, da uno “cattivo” sfruttatore e oppressore che si finge democratico per appropriarsi delle ricchezze, come è accaduto fino ad oggi. E in questo equivoco forse hanno perso la vita tre giovani che credevano di portare pace in questa terra martoriata da secoli.

FONTI

https://www.ispionline.it/it/

https://www.ilpost.it

https://www.repubblica.it/

https://www.huffingtonpost.it

 

 

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 02 Marzo 2021 19:20 )  

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