Le ragioni del cessate il fuoco a Gaza.
PIANO DI PACE? L'ENNESIMA TREGUA ARMATA CHE NON RISOLVERÀ LA "QUESTIONE PALESTINESE"
Il cessate il fuoco imposto da Trump ha fatto leva sul momento di grande difficoltà attraversato, per ragioni diverse, sia da Hamas che da Israele.
Il primo, alle prese con la drammatica situazione di una popolazione ridotta alla fame dalle restrizioni israeliane, con la devastante offensiva militare israeliana su Gaza City, e sotto l’enorme pressione dei mediatori arabi e della Turchia, ha deciso di scommettere sulle deboli garanzie offerte da Trump.
Il gruppo palestinese ha accettato di consegnare tutti gli ostaggi israeliani ancora in vita in una sola tranche, anche in assenza di un completo ritiro israeliano dalla Striscia, e senza certezze sulla ricostruzione e sulla futura gestione dell’enclave palestinese.
Dal canto suo, Israele, ormai “sull’orlo dell’abisso” dal punto di vista economico e della propria immagine internazionale – come ha riconosciuto uno dei principali think tank israeliani – ha apparentemente rinunciato (almeno per il momento) a sconfiggere Hamas sul campo, ed a realizzare il proprio progetto di pulizia etnica.
La stessa amministrazione Trump è stata per certi versi obbligata ad imporre il proprio piano al governo Netanyahu sotto le pressioni derivanti dal contesto internazionale sempre più ostile a Israele, dalla crescente insubordinazione della propria base in patria, e dai forti malumori dei propri alleati arabi dopo il bombardamento israeliano del Qatar.Sopire il conflitto a Gaza servirebbe dunque a far perdere slancio all’ondata di protesta nelle piazze occidentali, a riabilitare l’immagine di Israele, ed a rilanciare l’agognata integrazione regionale fra Israele e paesi arabi (attraverso l’espansione degli accordi di Abramo) che a sua volta serve a riaffermare la traballante egemonia americana nella regione.
Il piano è fortemente sbilanciato a favore di Israele. Esso non pone fine all’occupazione militare israeliana né garantisce l’avvio di un processo che porti alla creazione di uno stato palestinese. Non riconosce il diritto palestinese all’autodeterminazione sancito dall’ONU.
Non tiene conto del giudizio della Corte Internazionale di Giustizia che ha definito illegale l’occupazione israeliana. Sovraimpone ai palestinesi di Gaza una tutela straniera incarnata dal “Consiglio di Pace” che dovrebbe essere guidato da Trump stesso e dall’ex premier britannico Tony Blair.
Decreta il dispiegamento nella Striscia di una “forza internazionale di stabilizzazione” che al momento non ha alcun legittimazione da parte dell’ONU (Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti stanno lavorando per procurargliene una).
Il piano in 20 punti del presidente americano è sostanzialmente un’evoluzione della “Riviera del Medio Oriente” da lui proposta a febbraio, e poi sviluppatasi dapprima nel prospetto GREAT (Gaza Reconstitution, Economic Acceleration and Transformation) rivelato dal Washington Post, il quale aveva come eloquente sottotitolo la frase “Da proxy iraniano demolito a prospero alleato abramitico”; ed infine perfezionatasi nella Gaza International Transitional Authority (GITA), un piano che delineava la specifica struttura istituzionale che avrebbe dovuto governare Gaza.
Tale piano rappresenta inoltre un tentativo di porre un argine al disastroso unilateralismo israeliano, rivelatosi catastrofico in termini di immagine sia per Israele che per gli Stati Uniti, e di cooptare nuovamente gli alleati regionali degli USA (Egitto, Turchia, Qatar, Emirati, Arabia Saudita) nelle vicende palestinesi.
Attualmente, l’esercito israeliano mantiene il controllo su oltre il 50% di Gaza. Nella seconda fase, Israele dovrebbe ritirarsi ulteriormente (continuando però a controllare il 40% della Striscia) allorché la forza di stabilizzazione a guida araba farà il suo ingresso nell’enclave palestinese.Quindi non c'è una fine permanente dell'occupazione e l'esercito israeliano deciderà quando e come violare la tregua a seconda delle indicazioni politiche ed esigenze "sul campo".
Ed è evidente che per l'ennesima volta il popolo palestinese e le organizzazioni politiche e resistenti che lo rappresentano non hanno avuto voce in capitolo sul futuro della Striscia e in generale sulla propria autodeterminazione; l'incremento della repressione dell'IDF e delle aggressioni dei "coloni" contro gli abitanti della Cisgiordania conferma la direzione che lo sttao sionista ha intrapreso da tempo:sebbene ufficialmente “in sospeso”, l’annessione della Cisgiordania è un processo in atto da tempo sul terreno,lo scorso anno, il governo Netanyahu ha espropriato più terra palestinese in Cisgiordania di quanto aveva fatto qualsiasi altro governo israeliano dal 1967.Possiamo quindi affermare che la guerra su larga scala è terminata, ma il conflitto è lungi dall'essere risolto. La situazione è un equilibrio instabile, caratterizzato da una tregua precaria che potrebbe facilmente degenerare in nuove ostilità, sebbene a un'intensità inferiore. Il cuore del problema sono tre questioni irrisolte e profondamente controverse:
1.Il Destino delle Armi di Hamas
Posizione di Hamas: Rifiuto categorico a disarmare. Considera le armi parte integrante della
resistenza e le collega alla futura sovranità di uno Stato palestinese.
Posizione Israeliana: La smilitarizzazione totale di Gaza è una condizione non negoziabile.
Considerare altro sarebbe una sconfitta.
Problema: Non esiste un compromesso evidente. I mediatori cercano una "via di mezzo" (es.
distinzione tra armi pesanti e leggere), ma Hamas è isolata su questo punto, poiché né gli
alleati regionali né la comunità internazionale sostengono che mantenga le sue armi.
2.La Forza Internazionale di Stabilizzazione
Obiettivo Israeliano: La forza ha il solo scopo di disarmare Hamas.
Posizione di Hamas: La vede come un braccio armato per imporre il disarmo e un'entità
ostile.
Dilemma: Quale paese rischierebbe di schierare le proprie truppe in uno scontro diretto con
Hamas? L'opzione militare contro questa forza sarebbe "suicida" per Hamas, poiché li
metterebbe contro i loro stessi sostenitori arabi.
3.Il Governo del Dopoguerra a Gaza
Visione di Hamas: Un governo esclusivamente palestinese, pur accettando un ruolo per
l'Autorità Palestinese.
Piano USA/Internazionale: La creazione di un "Alto Commissariato" guidato da Tony Blair, che
avrebbe il controllo effettivo sui fondi e sul potere, sovrastando un governo tecnocratico
palestinese.
Realtà dei fatti: Sul campo, Hamas sta già riaffermando la sua presenza amministrativa e di
sicurezza, dimostrando di non essere stata sradicata.
Conclusione: Uno Scenario di Fragilità
fonti:articolo da https://www.almayadeen.net/authors/
https://www.palestinechronicle.com/trumps-gaza-peace-plan-the-predators-to-share-the-spoils/
https://zeitun.info/2025/10/17/una-guerra-israeliana-infinita-amira-hass-perche-la-cisgiordania-non-si-e-ribellata/
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