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Le bellezze del dimenticatoio

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Classe 1938, nato a Pistoia, Paolo Pasqui è un barman ormai in pensione appassionato fino al midollo di fotografia. La sua compostezza, la sua cura per i particolari, la sua umiltà colpiscono fin dal primo momento. Elementi che si ritrovano nei suoi scatti così dolci, composti ma al tempo stesso decisi e curiosi, in un sincretismo unico di bellezza ancora non sfiorita.
 
I: Da dove nasce la tua passione per la fotografia?
P: Avevo più o meno 20 anni, era il periodo della Ricostruzione del nostro Paese dopo la Seconda Guerra Mondiale e comprai a poche lire una Canon FT in un negozio di roba usata a Pistoia. Anche se devo essere sincero quella non fu la mia prima macchina fotografica. Prima della Canon avevo una Vega tedesca che purtroppo mi rubarono...forse è per questo che ho cercato di dimenticare. Sorride e ricorda. La rividi dopo anni al mercatino dell'usato de “La settimana della fotografia” ad Umbertide, in provincia di Perugia. Ricordo che molto tempo fa il mercatino veniva organizzato ogni domenica, adesso non lo fanno più, forse perché non interessa più, dato che con il digitale molte macchine sono andate nel dimenticatoio. Come, ad esempio, la Yashica 124 biottica con obiettivo 80 mm Yashinon con luminosità 1.3.5. Che bella che era! Oppure la Canon AV1, che comprai usata insieme ad un obiettivo 135 Canon originale a 150 mila lire. Perché devi sapere che a quell'epoca c'erano alcune industrie che producevano solo obiettivi universali come la Vivitar e la Soligor e gli attacchi per gli obiettivi erano a baionetta e a vite, quest'ultimi usati soprattutto nell'Est.
 
I: Che cosa intendi dire che con il digitale molte macchine sono andate nel dimenticatoio?
P: Come in ogni settore - al giorno d'oggi - si punta alla perfezione, all'alta tecnologia, alla rapidità di scatto. Con una macchina come la Yashica 124, i tempi di preparazione e di esposizione erano molto lunghi e non sempre assicuravano una foto perfetta. I cambiamenti apportati dal digitale sono indubbiamente di grande valore.
 
I: Pensi che il digitale abbia trasformato il modo di fare fotografia?
P: Certamente, senza ombra di dubbio. La possibilità di rivedere subito le foto, il risparmio di tempo e di denaro sono gli elementi più scontati. Se per ottenere una stampa perfetta partendo da una fotografia scattata su pellicola bisogna necessariamente partire dalla scelta del rullino, per poi decidere come esporlo e svilupparlo (o farlo sviluppare), in digitale tutta questa trafila non esiste più. Tutto viene registrato su scheda di memoria e poi in quella fase, comunemente chiamata di postproduzione, si decide, attraverso l'utilizzo di un software di ritocco, quali sono gli interventi da fare per arrivare al traguardo prefissato. Il digitale ha inoltre creato una moltitudine di formati a differenza dell'era della pellicola dominata dal formato 35mm e gli zoom hanno risolto in gran parte il problema dei numerosi obiettivi.
 
I: Ma c'è un cambiamento che va al di là delle innovazioni strettamente tecniche?
P: Beh, più che si avanti con gli anni e più mi accorgo come l'interesse delle persone si sia spostato verso parametri qualitativi delle fotografie che verso la ricerca dell'immagine di per se stessa. Si parla sempre più spesso del "punta e clicca".
 
I: Che cosa intendi per "punta e clicca"?
P: Semplice, prendi la macchina fotografica, la rivolgi verso il soggetto che vuoi fotografare e scatti, senza tener conto della luce, del tempo di esposizione. Si vedono giovani che girano con grande macchine fotografiche, fotografando qualsiasi cosa, senza conoscere nemmeno i principi basilari della costruzione dell’immagine. Non è questa la fotografia; è proprio cambiato il rapporto del fotografo con la foto. Ai miei tempi tutto era manuale e dovevi conoscere alla perfezione la fotografia e la macchina fotografica. Si riusciva a creare tra il fotografo e la propria macchina un rapporto di amore e di fiducia. Il fotografo era un professionista, adesso invece sono bravi tutti a “puntare e cliccare”, in gran parte è tutto automatico!
 
Il mio intervistato, va nell'altra stanza e torna con il ritratto di una donna.

P: Ecco! Questa è mia madre in un ritratto fotografico dipinto a mano, fatto in uno studio fotografico in via Cavour a Firenze. Prima si faceva così, si coloravano, come per diverse pellicole cinematografiche. Mia madre era proprio una bella donna, faceva la modella per le sorelle Calabri, che erano un'importante casa di moda fiorentina.
 
Prende una scatola da scarpe con dentro migliaia di foto in bianco e nero ne tira fuori qualcuna e me le mostra con malinconica nostalgia.
P: Vedi questi erano i miei colleghi di lavoro e qui è dove andavo la domenica a giocare a pallone. Il formato è piccolo e la qualità non è delle migliori, ma queste foto a differenza di molte fatte con il digitale hanno un cuore, hanno un'anima che non morirà mai.  Per le foto si andavano tutti a stampare in Via Reginaldo Giuliani, dove un tempo si trovava una grande Azienda che negli anni '80 purtroppo con l'avvento del digitale è stata chiusa.
 
I: Adesso però fai anche tu foto con il digitale?
P: Ho comprato la mia prima macchina digitale tre anni fa: una Nikon D-50 con obiettivo 18:55. Che ci vuoi fare ci si deve adattare un pochino ai tempi.
 
I: E come ti trovi?
P: La qualità è decisamente alta, ma solo quando la stampa da digitale sarà all'altezza del cybacrom (stampa da diapositiva) allora la perfezione sarà vicina.
 
Concludiamo insieme l'intervista con toni marcatamente romantici.

I: Tra le migliaia di foto che hai scattato riesci a trovarne una che ti sia rimasta impressa nel cuore?
P: Tutte e nessuna. Come si suol dire, la migliore foto è quella che non ho ancora scattato. Vado sempre alla ricerca della perfezione. Bada bene, non una perfezione stilistico-formale, parlo di una perfezione intima. Mi riferisco ad una foto che sia in grado di comunicare da sola la complessità della visione, una foto che abbia un’impronta, una vita autonoma. Perché cos'è la fotografia se non comunicazione nel vero senso della parola? Mi rimane però un po' di rammarico per non essere riuscito a documentare l'alluvione del '66 di Firenze, ma che ci vuoi fare, siamo stati tre giorni chiusi in casa, avevamo una paura tremenda.
 
Saluto e ringrazio Paolo del tempo concessomi e proprio mentre me ne sto andando mi ferma e mi dice un’ ultima frase
Tieni questa è per te, forse è questa una delle foto a cui sono maggiormente legato...”
                                                                                                                                                      
                                                                                                                                                               Simone Nencini

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 14 Novembre 2011 19:40 )  

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