Report del I incontro del Seminario/ laboratorio sui "NEW MEDIA"
Organizzazione dell'evento a cura del Comune di Firenze - Consiglio di Quartiere 2 e Associazione D.E.A. (didattica – espressione - ambiente) presso Parterre di Firenze.
Due i protagonisti del II appuntamento.
Ecco gli argomenti sviluppati durante l'incontro:
1- Silvana Grippi (DEApress) : "Che cos'è il laboratorio/seminario 'New Media - Antropologia visuale'?"
Vuole essere un punto di discussione aperto sui mezzi di comunicazione da utilizzare per la documentazione etnografica.
Nei prossimi incontri saranno analizzate le varie tecniche e metodologie per sviluppare conoscenza nel settore documentaristico con un aspetto etnografico.
Quattro incontri aperti a tutti.
Il laboratorio fa parte del progetto ‘Festival Mediamix’ ed è promosso dal Comune di Firenze – Consiglio di Quartiere 2 e dal Centro socioculturale D.E.A. Associazione Onlus, con la collaborazione di varie associazioni di promozione sociale. La Rassegna è gratuita e aperta a tutti.
Il Festival consiste in Concorso e una rassegna finale di cortometraggi, documentari, video arte, fotoreportage, video reportage, installazioni audiovisive.
Si articola nelle seguenti sezioni:
1. Sociale e culturale
2. Ambiente
3. Tema libero
Il Festival Mediamix ha come obiettivo avvicinare i giovani alla documentazione: si tratta di un approccio fresco ma sopratutto visuale, un “ponte” che parte dall'uomo e tocca il contesto generale.
2- Silvia Lelli (antropologa e documentarista) : “Introduzione al documentario: costruire la rappresentazione senza perdere il soggetto”
Silvia è da sempre appassionata di disegno, pittura, fotografia, video, etnografia.
Raccoglie un ampio archivio di documentazioni visive in molte parti del mondo: monta poco, raramente è soddisfatta, attenta al rapporto con i soggetti.
All’incontro spiega le caratteristiche del documentario etnografico/antropologico:
chi si occupa di documentare filmando deve guardarsi attorno, cogliere i dettagli delle situazioni reali, riprendere quello che succede ma soprattutto deve cercare di non perdere il soggetto, di tenerlo sempre presente.
Restare il più possibile fedeli alla realtà è la “regola” per chi intende girare documentari etnografici, non serve utilizzare effetti speciali e/o un montaggio manipolatorio; tutto deve essere naturale.
I corto e i lungometraggi sono caratterizzati da una lunga gestazione temporale in sede di sceneggiatura e montaggio: la complessità deriva dal dovervi ricreare le stesse identiche atmosfere del posto in cui si è filmato.
Chi filma può scegliere sia di nascondersi (come nelle candid camera) che semplicemente di farsi vedere.
Silvia preferisce andare a giro da sola a filmare, avendo anche solamente una camera piccola e usufruendo delle luci naturali.
Afferma che il concetto di bellezza, che può sembrare inizialmente inadatto nel campo delle scienze sociali, risulta importante nella buona riuscita dell’opera filmica poiché questa deve piacere e avere un senso estetico.
L'occhio per la composizione del quadro deve essere recepito dal lettore.
Oggi ci sono estetiche nuove che tentano di andare oltre, di osare con la troppa creatività, ma che alla fine devono fermarsi alla tecnica, all'avere delle regole precise, come il cogliere i particolari, l' avere buon occhio per dettagli.
Il match esaustivo di questa nuova estetica è tecnica e creatività.
Silvia presenta due opere prime del documentario etnografico che ebbero molto successo:
“Eskimo”del 1918, il primo video etnografico della storia, girato da Robert Flaherty sulla vita dura degli eschimesi e “Nanuk l'eschimese”del 1922, sempre di Flaherty, ritornato a filmare e fotografare lo stesso popolo e gli stessi posti remoti e selvaggi.
Robert Flaherty: regista statunitense, maestro del documentario, specialmente di quello dedicato a paesi esotici o ai margini delle civiltà.
E’ il primo sostenitore di un “cinema verità” che non rinuncia alla ricostruzione poetica del reale. Tutta la sua opera si è incentrata sul rapporto dialettico e drammatico fra l'uomo e la natura.
Dopo aver studiato mineralogia, Flaherty esplora nel 1910 il Labrador per conto del Governo canadese e impiega la macchina da presa per immortalare la vita quotidiana degli eschimesi.
Il suo è un intento antropologico volto a far conoscere al pubblico intero la presenza di valori umani universali anche in regioni povere e disabitate.
Flaherty utilizza inquadrature semplici per cogliere le espressioni degli eschimesi, i loro stati d'animo, i dettagli degli oggetti e dei vestiti che indossano: il tutto per evidenziare la dura vita tra i ghiacchi, nella più incontaminata natura.
L'intento antropologico non esclude però un montaggio ben orchestrato e “poetico” delle immagini: la sceneggiatura, i set naturali e le azioni dei protagonisti sono curati perfettamente.
Flaherty è specializzato nel “genere” del documentario partecipato: sono gli stessi soggetti ripresi a voler partecipare nella scelta delle scene da tenere nel montaggio finale.
Anche oggi è utile creare un rapporto di fiducia col soggetto ma non si tratta di una regola assoluta: Silvia ne è testimone dato che in due dei suoi corti agiva dall'esterno, come autrice invisibile (“Storie di ordinaria busvia, da un punto di vista statico” -2006 e “Salsiccia Project:living/dead-blood circle”, Cibo - Calabria, del 2007).
L'incontro si conclude con la proiezione di alcune scene iniziali del film-documentario di Silvia: “Johanna Knauf direttrice d'orchestra: music to the people!”, lungometraggio girato nel 2005 ma uscito nel 2012, che vede la partecipazione di Regione Toscana e Toscana Film Commission.
Il film documentario è stato vincitore del “The Spirit of Da Vinci Award 2013” negli U.S.A. e ha aperto il Parma International Music Festival 2013.
Si tratta di un documentario partecipato: la regista e il soggetto del film si sono messe d’accordo sulla scelta delle scene da includere nel montaggio finale.
L'autrice qui non è invisibile dato che il soggetto dirige spesso lo sguardo verso la videocamera.
Utilizza un montaggio alternato, passando da una visuale più larga a un'altra più ristretta.
La regista si colloca in una categoria sfumata di documentazione etnografica: stilistica ma in cui prevale la “buona la prima”.
Il suo talento consiste nel sapere fondere tecnica e ritratti dal vero.
Occhio per i particolari fisici e intimi sono per Silvia la chiave per girare dei documentari etnografici/antropologi efficaci, in cui la realtà supera di gran lunga la tecnica.
Foto Archivio DEApress




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