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Etiopia: made in Italy

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Non ci bastano i danni in casa nostra, l’Italia esporta il suo know how in materia di edilizia poco resistente.

Etiopia, 25 Gennaio.  A sole due settimane dall’inaugurazione del nuovo mega impianto idroelettrico (Gibe II) 6mila metricubi di terra e sassi sono crollati sulla galleria della diga bloccandola e causando un inevitabile black-out. Il progetto è stato finanziato dall’Italia con 220 milioni di euro di “prestito agevolato” e il finto concorso d’appalto è stato vinto dall’Italiana Salini, unica impresa in gara.

La Salini, come dichiara nel suo sito “è impegnata a coniugare i valori imprescindibili dell’impresa con i principi dell’etica, con la sostenibilità dello sviluppo, con l’utilizzo intelligente delle risorse (…)”

Questa compagnia opera in Etiopia, Nigeria, Uganda, Zimbawe, e Sierra Leone, ma anche negli Emirati Arabi. In Italia ha avuto l’appalto della metropolitana di Roma e del nodo dell’Alta Velocità a Bologna. Si occupa per la maggior parte di opere idrauliche ma anche di edilizia civile e infrastrutture (strade, ferrovie, metro…) Come si può ben immaginare il suo potere contrattuale dev’essere molto forte per poter avere tante opere in costruzione contemporaneamente in tutto il mondo.

Ma vediamo come davvero si sono svolti i fatti etiopi, una chiara spiegazione ce la fornisce la CRBM (la campagna per la riforma della banca mondiale). Quest’ultima si esprime così in un comunicato stampa del 13 Gennaio: “In occasione dell’inaugurazione da parte del ministro degli Esteri Franco Frattini dell’impianto idroelettrico di Gibe II in Etiopia, la CRBM contesta senza mezzi termini il sostegno garantito dalla nostra cooperazione al progetto. Per il tunnel di 26 chilometri per la generazione di energia elettrica atto a sfruttare la differenza di altitudine tra il bacino creato dalla diga di Gilgel Gibe I e il fiume Gibe, nel 2004 il governo italiano ha concesso un finanziamento di 220 milioni di euro, il più ingente mai accordato nella storia del fondo rotativo della cooperazione. Questo nonostante l’accordo tra l’esecutivo etiope e l’impresa di costruzione Salini sia stato firmato tramite trattativa diretta, in assenza di gara d’appalto internazionale, come invece prevedevano le procedure del ministero delle Finanze e dello Sviluppo Economico locale. I lavori di costruzione dell’impianto sono iniziati in assenza di uno studio di fattibilità, di adeguate indagini geologiche e del permesso ambientale dell’Environmental Protection Authority, necessario, in Etiopia, per l’avvio dei lavori di qualsiasi opera infrastrutturale. Il permesso è arrivato solo successivamente e in maniera funzionale all’ottenimento di un prestito di 50 milioni di euro dalla Banca Europea per gli Investimenti. “

Dopo il crollo è già al via il progetto di costruzione di una terza diga (Gibe III) più a valle sul corso del fiume Omo per il quale l’Italia ha stanziato altri 250 milioni di euro sempre in nome dello sviluppo e sempre per la stessa società costruttrice. Una cifra di poco inferiore all’intero budget previsto nella finanziaria 2010 per la cooperazione (323 milioni). E’ evidente come questo fatto precluda quindi la possibilità di altri interventi per sostenere, come al solito succede in Italia, gli affari delle nostre imprese all’estero, mascherando queste azioni sotto il velo degli aiuti allo sviluppo.

La denuncia del CRBM non si limita alle procedure di assegnazione dei fondi: “ il progetto metterà a rischio la sicurezza alimentare di mezzo milione di persone e stravolgerà per sempre la bassa valle dell’Omo, una delle regioni con la più alta diversità biologica e culturale al mondo. La vita di centinaia di migliaia di persone lungo le rive dell’Omo in Etiopia dipende da un'agricoltura tradizionale basata sulle piene naturali del fiume. In Kenya, il livello del Lago Turkana si abbasserà di 7-10 metri e l'aumento della concentrazione salina dell'acqua comprometterà la pesca, che da sola garantisce cibo a 100.000 persone, l'allevamento e l'accesso all'acqua potabile.

In realtà questo progetto si inserisce in un programma più ampio di sottrazione delle terre e delle risorse naturali alle popolazioni indigene. Lo scorso novembre il governo etiope ha infatti reso noto di voler cedere 180mila ettari di terra della valle dell'Omo ad investitori stranieri per progetti di agricoltura irrigua di larga scala.”

“C’è ben poco da festeggiare per l’inaugurazione di Gibe II” ha dichiarato Caterina Amicucci della CRBM. “ma piuttosto c'è da preoccuparsi per il coinvolgimento italiano nella terza diga. Gibe III è un progetto devastante ed obsoleto. Quest'anno l'Etiopia ha dovuto affrontare una terribile siccità e tutti i bacini idroelettrici sono rimasti vuoti. L'Africa ha bisogno di altri progetti che sfruttino l'enorme potenziale di energia rinnovabile a disposizione e che tengano conto dell'adattamento al cambiamento climatico. Questo progetto non ha niente a che vedere con lo sviluppo e va assolutamente fermato” ha concluso la Amicucci.

Sul sito della Salini non compare alcuna notizia del crollo strutturale dell’impianto Gibe II, che questa sia una notizia scomoda è evidente anche per il silenzio della stampa italiana, che a parte il lavoro di reportage dell’inviato del tg3 non ha trattato in nessun modo l’argomento.

fonti: www.unimondo.org , www.crbm.org, www.salini.it

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