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“Scusa ma ti chiamo amore” è il primo film per il cinema di Federico Moccia, autore conosciuto ai più per i suoi ultimi romanzi bestseller sul mondo giovanile. Non me ne voglia il buon regista, ma il film ha suscitato in me  una sorta di ondata nostalgica, risvegliando quell’alone malinconico verso gli anni ottanta che da sempre mi accompagna. Il figliol prodigo del grande Pipolo, regista e sceneggiatore di serie tv come “College” ed “I ragazzi della terza C”, che hanno segnato un epoca, che hanno fatto sognare e divertire con semplicità e trasparente ironia noi che scrivevamo i messaggi su un pezzo di carta, noi che aspettavamo le 16 per vedere “Bim Bum Bam”, noi che ci emozionavamo anche solo per un bacio sulla guancia. Ma dice bene il regista romano, i tempi sono cambiati e con essi anche il mondo giovanile, e allora tanto vale cavalcare l’onda lunga di quel filone del cinema italiano, quello adolescenziale per intenderci, che ora più che mai sta trovando ampiezza e pienezza di espressione. Perché di questo stiamo parlando. Perché “Scusa ma ti chiamo amore” è anche e soprattutto questo. Se poi a ciò si aggiunge che la scelta del protagonista sia caduta su un “bello e impossibile” come Raoul Bova allora i giochi sono fatti. Il successo è garantito. Perché il target di riferimento cerca e vuole questo: “sole”, “cuore” e “amore”. Ma anche libertà e divertimento, quello che porta la giovane diciassettenne Nicki (Michela Quattrociocche) a sedurre il trentasettenne pubblicitario Alex (Raoul Bova), il quale rimane folgorato dalla semplicità della sua bellezza e, come se niente fosse, riesce in un lampo a lasciarsi alle spalle la sua lunga storia, ormai finita, con Elena (Veronica Logan). Sullo sfondo storie di una borghesia romana senza punti di riferimento né valori: uno stimato avvocato, padre e marito, che passa le sue giornate tra festini e donne pagate a caro prezzo; una moglie che tradisce il marito con il suo migliore amico ed un’altra troppo impegnata ad insegnare ai figli lo yoga da non accorgersi delle magagne del marito. Se tali sono gli esempi allora non c’è da stupirsi se la gioventù sia questa, se il massimo del divertimento sia schiantarsi con le macchine, o che durante un interrogazione Leopardi venga paragonato con Francesco Totti. Ma su tutto trionfa l’amore, quello di Alex e Nicki, che sa di già visto e sentito, condito da versi poetici che vanno a scomodare i vari Neruda, Balzac, Shakespeare. Ma d’altra parte se anche i nostri politici verseggiano in maniera quasi blasfema richiamandosi ad artisti e grandi poeti del passato per spiegare le loro posizioni, non vedo perché non possa farlo anche Moccia.

Il regista sostiene che questa è la realtà, questi sono i giovani ed è giusto che se ne parli e che venga raccontato, perché non c’è niente di più dannoso del silenzio. Trovandomi d’accordo su quest’ultima affermazione, non saprei però davvero se tale sia la nostra realtà. Ma se così fosse, la mia malinconica nostalgia troverebbe ancor più giustificazione, qual’ora ce ne fosse il bisogno. Ma anche se così non fosse, continuerò a preferire e ricordare con sorriso il salumificio Zampetti, il mitico Bruno Sacchi e le baruffe tra Marco Poggi e Federica Moro o il sempreverde Chicco Lazzaretti. Scusate se è poco.  

                       

                                                                                                                                                                     

 

                                                                                                                                

 

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 22 Gennaio 2009 02:47 )  

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