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Capitalismo no profit. E' possibile?

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Ripensare il capitalismo per uscire dalla crisi. E’ questo l’obbiettivo che si prefiggono le “menti eccellenti” statunitensi riunitisi per reinventare un modello di economia sensibile agli effettivi bisogni della società. E’ ormai obsoleta l’idea di un’economia che vede la sua ragion d’essere nel solo profitto, causa della deriva della situazione economica e sociale attuale. Economisti, imprenditori, giuristi e studiosi delle più varie discipline, si sono impegnati in un confronto, aperto anche alla partecipazione dei lettori, sulle pagine di “The Nation”, dalle quali sono emerse 13 idee, tutte a costo zero, sintomo di quella voglia di cambiamento radicale che sta travolgendo la contemporaneità. La base di partenza di quello che viene chiamato “capitalismo democratico” è la consacrazione di una nuova idea di impresa, la “Benefit Corporation”, già attiva in alcuni stati, che si pone come proposito obbligatorio, non il profitto, ma l’impatto positivo sulla società e sull’ambiente. Chiaramente l’etichetta di benefit corporation può essere revocata se l’impresa non si impegna a realizzarsi nella dimensione no profit che le è propria. Garanzia di tale controllo dovrebbe essere l’introduzione nel Cda di una figura esterna all’azienda e indipendente, che tuteli gli interessi di dipendenti e fruitori. Viene abolita la responsabilità limitata: le retribuzioni dei vertici aziendali dovranno rispecchiare in toto il vigore dell’impresa, come è tutt’ora per le piccole aziende. Per minimizzare le speculazioni finanziarie e il ruolo della borsa, si pensa di introdurre un’imposta sulle transazioni finanziarie. Altra proposta tocca da vicino il governo, che dovrebbe incentivare gli investimenti a lungo termine delle aziende, soprattutto in ambito di energie rinnovabili, ricerca, formazione e per chi attua strategie atte alla riduzione del consumo delle risorse naturali. Questo, facilitato anche dall’istituzione di piccole banche statali che garantirebbero dei finanziamenti alle fasce meno abbienti. Per cercare di salvaguardare le fasce più deboli, è stato proposto di limitare gli incentivi fiscali alle sole aziende che riservano alla maggior parte della manodopera le stesse risorse, pensionistiche o sanitarie per esempio, destinate ai vertici.

Si attende “solo” che governi, partiti e istituzioni politiche prendano atto del fallimento di un intero sistema e che esaminino le proposte. Del resto… ci sono alternative?

Paola Cama/DEApress

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