Margherita Dametti si recava in Palestina nell'ambito di una cooperazione tra l'Italia e la Palestina, per la quale era portatrice di documenti di avallo forniti dal Comune di Vinci e dall'assessorato alla Salute della Regione Toscana.
Ma la sua disavventura è andata avanti: in serata è stata tradotta in una cella, in una condizione di vergognosa ed incivile detenzione. Il giorno dopo è stata imbarcata su un aereo con destinazione Zurigo e quindi Milano.
L’Associazione di amicizia italo-palestinese di Firenze dichiara: “Faremo perciò il possibile perchè non solo il fatto sia conosciuto, ma che siano presi anche provvedimenti da parte delle nostre autorità istituzionali al fine di rendere l'attività di cooperazione non soggetta all'arbitrio dei servizi di sicurezza israeliani”.
Riportiamo di seguito la testimonianza della stessa Margherita Dametti:
”Alle 14.35 del 9 gennaio 2007 sono arrivata all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv con il volo della Swiss Air proveniente da Zurigo. Appena scesa dall’aereo mi sono recata ad uno degli sportelli dove, solitamente, viene fatto il controllo del passaporto, posta qualche domanda sul motivo del soggiorno e rilasciato il visto d’entrata.
Dopo le prime domande (motivo del soggiorno e nome di mio padre) l’impiegata allo sportello, consultato il terminale, ha compilato un foglio e mi ha chiesto di seguirla: da quel momento, fino al mio ritorno all’aeroporto di Zurigo, i documenti mi sono stati requisiti. Dopo un’attesa di circa mezz’ora in una piccola saletta (durante la quale mi sono messa in contatto con l’Ambasciata Italiana di Tel Aviv, preavvisata tramite fax dal Comune di Vinci del mio arrivo e che, a sua volta, aveva comunicato all’aeroporto tale notizia) ho avuto il primo e ultimo colloquio (molto breve) con chi all’aeroporto ha il compito di gestire i permessi d’entrata: il colloquio è durato non più di una decina di minuti durante i quali mi sono stati esposti, in modo confuso e contraddittorio, i presunti motivi per i quali il Ministero degli Interni mi rifiutava il visto di entrata.
La prima motivazione che mi è stata data è stato il Denied Entry da me ricevuto il 18 Settembre 2006 ad Allenby (alla frontiera tra Territori Palestinesi Occupati e Giordania): alla luce di quel rifiuto mi sarei dovuta ripresentare già munita di visto per lavoro all’aeroporto (n.b.: nessuno dei cooperanti che opera nei Territori Occupati è munito di visto di lavoro e nessuno degli studenti iscritti a corsi in università palestinesi dei Territori Occupati possiede un visto per studio). Dato il mio ribattere a tale affermazione (i motivi per i quali mi stavo recando in Israele/Palestina differivano da quelli di settembre e anche il rifiuto di settembre – “è evidente che lei vive e lavora qui quindi deve presentasi con un visto di lavoro” - conteneva in sé qualche contraddizione in quanto avveniva dopo un anno e mezzo di visti turistici concessi su presentazione di lettere rilasciatemi dall’ufficio di Cooperazione Italiana del Consolato di Gerusalemme che attestavano la mia presenza in luogo in vista della partecipazione ad uno scambio accademico di ricerca tra l’Università di Pavia e quella di Betlemme – quindi niente lavoro o intenzione di immigrazione illegale nello Stato di Israele), le motivazioni del rifiuto sono repentinamente cambiate. A quel punto è venuto fuori che, visto il Denied Entry di settembre, era ovvio che per cinque anni non mi sarebbe stato più concesso un visto di entrata a meno di un invito speciale fatto da persona/ente etc. israeliano. Anche questa motivazione , per altro completamente diversa dalla precedente, è stata da me contestata in quanto il Denied Entry da me ricevuto a settembre trattasi di un Denied Entry semplice (esistono varie tipologie di Denied Entry: in alcuni casi, ma questo viene solitamente specificato, il rifiuto del visto di entrata viene accompagnato da un divieto di rientro per uno, due o cinque anni). Mi è stato detto che alla frontiera a settembre non mi erano state date le giuste informazioni perché il personale lì presente non era ben informato delle procedure e che non era autorizzato a parlare in veci del Ministero degli Interni (falso: in ogni punto di entrata in Israele o nei Territori Palestinesi Occupati c’è un ufficio del Ministero degli Interni che non solo consoce benissimo le procedure ma che queste procedure le elabora).
Nonostante io abbia prontamente esibito le lettere a me rilasciate dal Comune di Vinci e dalla Regione Toscana che spiegavano il motivo della mia richiesta di visto (nomina di Focus Person per il monitoraggio di un progetto in ambito sanitario pediatrico approvato e finanziato dalla Regione Toscana e proposto dall’associazione ONLUS di Firenze “Amicizia Italo-Palestinese” e dal Comune di Vinci stesso) e abbia fatto presente che l’Ambasciata li aveva preavvisati, tramite fax, del mio arrivo e che, al momento, stavano telefonando ai loro uffici in aeroporto per cercare di sistemare la situazione, sono stata cacciata fuori dall’ufficio e intimata ad aspettare di nuovo nella sala d’attesa dove ero stata precedentemente sistemata (inoltre è stato dichiarato che il fax non era mai stato ricevuto e nessuno dall’ambasciata aveva mai telefonato, quando invece l’ufficio consolare con il quale ero costantemente in contatto dichiarava il contrario).
Dopo circa mezz’ora sono stata scortata da tre persone della sicurezza nella zona del ritiro bagagli: da quel momento, per circa un’ora, mi è stato intimato di non usare il telefono. Sono stata sottoposta ad un lungo interrogatorio riguardante il mio passato (nei Territori Occupati e in altri miei viaggi) e su quello che avrei dovuto fare una volta entrata nei Territori. Poi, sempre scortata, ho recuperato il bagaglio che avevo imbarcato e, per circa due ore, sono stata sottoposta ad un perquisizione dei bagagli (i miei vestiti sono stati indagati uno ad uno, il mio computer portato via per un breve periodo etc.) e corporale umiliante e minuziosa. Gli addetti alla perquisizione hanno più volte tentato di impedirmi di parlare al telefono: a quel punto, però, mio sono imposta invocando il mio diritto a comunicare con l’Ambasciata e la mia famiglia.
Dopo la perquisizione sono stata scortata, insieme ad un palestinese cittadino europeo che aveva subito la mia stessa sorte, al centro di detenzione immigrati che ritrova nelle immediate vicinanze dell’aeroporto, un vero e proprio carcere in condizioni fatiscenti. Il bagaglio mi è stato requisito, insieme alla macchina fotografica (il telefonino mi è stato lasciato perché privo dell’opzione fotografia): prima dell’incarcerazione vera e propria, mi è stato sottoposto un documento interamente scritto in ebraico da firmare. Al mio rifiuto a firmare un documento che non mi era possibile comprendere (non conosco l’ebraico), mi è stato detto che si trattava semplicemente della ricevuto per ritirare la macchina fotografica alla scarcerazione. Ho dovuto insistere un quarto d’ora affinché il documento mi venisse tradotto in inglese.
Nel tardo pomeriggio sono stata chiusa in una cella, dove già si trovavano una boliviana e una tailandese: fino a quel momento (dalle 14.30) fino alle 5.30 del mattino (momento nel quale sono stata imbarcata sull’aereo per Zurigo) non mi è stato dato né da bere né da mangiare (nonostante mi fosse stato promesso almeno un tè caldo) mentre dalle 14.30 al momento dell’incarcerazione non mi è stato possibile recarmi in bagno.
La cella era un luogo fatiscente, con insetti ovunque e brande per dormire al limite del decente. La spessa porta di acciaio non permetteva, se non prendendola a pugni e calci, di comunicare con i carcerieri. Fino all’ultimo mi è stato praticamente impossibile sapere gli estremi del mio ritorno (ora d’imbarco, orario di arrivo, luogo di arrivo). Durante la notte i carcerieri sono entrati per ben tra volte nella cella urlando e svegliando tutti, con l’apparente motivo di richiedere i “biglietti dell’aereo” che però erano in loro possesso, insieme agli altri documenti. Alle ore 5.30 a.m. sono stata scortata dalla polizia fin sopra all’aereo della Swiss Air diretto a Zurigo: i miei documenti insieme ai biglietti aerei vecchi e nuovi sono stati consegnati al capitano. Arrivata a Zurigo sono stata consegnata, insieme ai miei documenti ad un addetto dell’aeroporto svizzero e condotta in un ufficio nel quale sono stata trattenuta una mezz’ora circa. Dopo un breve interrogatorio, una volta fotocopiati i documenti, sono state finalmente libera di girare per l’aeroporto e prendere il volo per Milano”.
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