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Cambiamenti climatici, incendi, alberi e riflessioni

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L'estate (quasi) appena trascorsa ha visto un numero notevole di morti per il caldo, in tutto l'emisfero settentrionale. Agnès Buzyn, ministro francese per la salute ha stimato in 1,435 i morti d'Oltralpe per il caldo record di quest'anno (1). Gli incendi che hanno devasto la Siberia e l'Amazzonia hanno certamente aggravato i cambiamenti climatici che sono alla base di queste temperature record. Almeno a livello formale qualcosa si è comunque mosso perchè, almeno nella zona sudamericana, "si tenga sotto controllo la situazione". I governi di Perù, Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, e Suriname hanno firmato un accordo (2) per costrure una rete di monitoraggio satellitare e -possibilmente- di pronto intervento contro il ripetersi di simili disastri.

Ma le dichiarazioni e i meeting ufficiali non bastano a salvaguardare nulla e nessuno dalla voracità di una classe imprenditoriale spesso sopra-nazionale che non si ferma neppure di fronte all'omicidio e al genocidio pur di mettere le mani sull'Amazonia. Ultimo di una lunga "scia di sangue", Maxciel Pereira dos Santos, che lavorava per l'ente che -almeno prova- a proteggere gli interessi dei nativi in Brasile (unici legittimi custodi dei beni della foresta) è stato ucciso ieri di fronte ai suoi familiari nella città brasiliana di Tabatinga (3).

Intanto con il progressivo arrivo della stagione calda nell'emisfero meridionale, si cominciano ad accendere, nuovi pericolosi roghi in altre zone delle pianeta. Sembra che, nonostante "non sia ancora la stagione", un centinaio di incendi stà già divampando in Australia (4).

E' difficile credere alla casualità di una successione così ravvicinata di fuochi in zone tanto distanti del pianeta. A parte il fatto che, come notato da varie parti, si è ormai innescato un circolo perverso nel quale temperature più alte favoriscano nuovi incendi che a loro volta contribuiscano all'aumento di anidride carbonica che contribuisce a innalzare la temperatura globale, si impongano anche altre riflessioni. Se per la Siberia si può -forse- affermare che le autorità non erano nè preparate nè attrezzate per gestire la situazione, la scarsa motivazione -per usare un eufemismo- del governo Bolsonaro alla conservazione del patrimonio naturale era già nota da tempo (non che questa sia neppure tra le reali priorità del Putin, tuttavia quest'ultimo non condivide con il suo collega brasiliano una così palese indifferenza per le sorti del pianeta).

Per quanto riguarda l'Amazzonia è evidente che solo il riconoscimento dei diritti dei nativi può giovare alla reale conservazione della foresta. Tuttavia il problema non riguarda solo "luoghi lontani". Già Stendhal notava come "gli italiani non amano gli alberi" (5). E' esperienza purtroppo comune in tutto il nostro paese vedere come non si esita ad abbattere un albero quando è vecchio, malato, o dà fastidio. Se si riflettesse più a lungo sul fatto che esso è un essere vivente e che ha lo stesso diritto che abbiamo noi esseri umani di essere vecchio, malato, e anche di "dare fastidio" forse non lo uccideremo con tanta leggerezza. E forse, su quella strada impareremmo a trattarci reciprocamente meglio anche tra di noi.

Viviamo in un mondo in cui molti problemi pratici sono interconnessi da legami logici, simbolici e sematici. La salvaguardia dell'ambiente naturale passa anche dalla  - e influisce sulla - maggiore "umanità" di noi stessi.


Fabrizio Cucchi, DEApress


(1)https://www.bbc.com/news/world-europe-49628275
(2)https://www.bbc.com/news/world-latin-america-49609702
(3)https://www.bbc.com/news/world-latin-america-49633136 ; https://www.avvenire.it/mondo/pagine/ambientalista-ucciso-tabatinga
(4)https://www.bbc.com/news/world-australia-49627162
(5)https://rivistanatura.com/perche-non-amiamo-gli-alberi/

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 09 Settembre 2019 19:56 )  

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