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Il potere russo vacilla

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Il 4 dicembre la Russia ha votato. La Duma ha perso consensi del 15%. Pur essendosi confermato il primo partito del Paese, Russia Unita – il partito di Vladimir Putin e di Dmitrij Medvedev – è stato penalizzato da troppi anni di corruzione e autoritarismo.

Si respira aria di contestazione tra i giovani russi che sembrano essere la speranza di una protesta decisiva per far retrocedere il potere ufficiale dalle loro arroganze.

“Internazionale” di questa settimana, spiega come il punto di non ritorno sia stato il congresso di Russia Unita del 24 settembre durante il quale Medvedev e Putin hanno dimostrato tutta la distanza che li separa dai cittadini.

La società – si legge nel settimanale – si sta risvegliando da anni di apatia politica “addomesticata” dal potere, usando il pretesto della stabilità e dell'ordine e che si è reso responsabile di aver trascinato il Paese in una situazione da terzo mondo, fatta di corruzione e di clientelismo.

Queste elezioni hanno premiato i comunisti e Russia giusta, una formazione fino a poco tempo fa quasi insignificante, che ottiene un successo imprevisto.

Le possibilità di cambiamento – si legge su Gazeta.ru, tratto da “Internazionale”, sono due: la prima è quella di una trasformazione dall'alto prevedendo un cambiamento degli attuali vertici iniziando a rispettare le leggi e porre le basi per una gestione normale del Paese. Possibilità, questa, difficilmente realizzabile in quanto priverebbe Putin degli strumenti che sono alla base del suo potere e della sua politica.

La seconda possibilità è che ci sia una trasformazione dal basso con la nascita di organizzazioni di cittadini e l'avvio di azioni di protesta. Ipotesi ritenuta più realistica e fattibile.

Da sempre le vere trasformazioni di un regime sono avvenute dal basso. Da sempre le popolazioni, i giovani si sono dimostrati gli unici protagonisti di cambiamenti radicali con le loro proteste, i loro sacrifici per rendere un futuro migliore, una speranza al domani.

Su “Repubblica” di ieri si legge che Putin accusa gli Usa di aver fomentato le rivolte e di aver speculato sulle denunce di irregolarità nel voto. Sin dai tempi di Stalin – si legge sul quotidiano – l'America è l'arma segreta ideale per distogliere il pensiero della gente dai problemi interni.

Putin – prosegue “Repubblica” – ha rimarcato: “Difenderemo la nostra sovranità. Non finirà come a Kiev.”

La grave preoccupazione di Putin, in questo momento, è che le proteste di questi giorni assumano l'identità della rivolta ucraina del 2004 quando una folla si impossessò della piazza di Kiev chiedendo di rifare le elezioni platealmente truccate. Era la cosiddetta rivoluzione arancione mitizzata in Occidente, sostenuta con forza da Washington e di cui Yiulia Timoshenko – condottiera della protesta – sta ancora pagando un altissimo prezzo.

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Ultimo aggiornamento ( Domenica 11 Dicembre 2011 14:54 )  

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